15^ PUNTATA CI INOLTRIAMO NEL MERAVIGLIOSO MONDO DEL LAVORO LETTERARIO “EQUATORE” DEL CASTELLANO VITTORIO RUSSO

VITTORIO RUSSO FOTO

 

21 Darwin

Incontro con le testuggini giganti

 

Abbiamo visitato la stazione scientifica intitolata a Charles Darwin nel Parco Nazionale della Galápagos di Puerto Ayora. È questo un centro di ricerca biologica che si è posto come obiettivo ambizioso la difesa dei delicati biosistemi di queste isole. Quello che abbiamo visto è un vivaio sterminato di testuggini di tutte le età, allevate, seguite e studiate con dedizione da ricercatori, etologi e zoologi di ogni parte del mondo. Dopo le stragi di cui rettili sono stati vittime nel corso del tempo, questa è una finestra del cielo che si apre sulla Terra. Non esiste altrove un vivaio uguale e non c’è dubbio che si tratti di una straordinaria eccezione.

Il Parco accoglie centinaia di testuggini di tutte le taglie, alcune ultracentenarie. Quelle delle Galápagos sono note per essere una specie gigante di colore nero. Vi sono esemplari qui che possono raggiungere la lunghezza di un metro e mezzo e il peso di oltre duecentocinquanta chili. Ne abbiamo viste numerose altre sulle isole che abbiamo visitato in seguito. Malgrado la mole tozza, l’aspetto minaccioso del becco corneo e di quei due forellini spesso sbuffanti (ma solo di paura) che sono le sue narici, le testuggini, viste nella giusta prospettiva, sono animali dolcissimi e delicati. Vederli mentre mangiano è uno spettacolo sicuramente emozionante. Niente a che vedere con le timide testuggini delle nostre latitudini. Quando mai le vedi mangiare da noi? Le nostre hanno una discrezione femminea, una ritrosia quasi pudica, come se fossero timorose di sollevare un velo ideale davanti al rostro prima di portare il cibo alla bocca.

Le testuggini non hanno denti, ma il loro esteso rostro con i bordi taglienti è un tritatore incredibile. Con esso tagliano le foglie e le sminuzzano con colpi secchi e inesorabili, che poi è l’unico suono che esce dalla loro testa altrimenti muta. È la loro voce formata solo dal respiro (le testuggini non hanno corde vocali) il cui significato oscilla testimoniando paura e ostilità. Posta quasi ad angolo retto sul lungo collo glabro e grinzoso, la testa si muove con un movimento altalenante. È la premessa di un affondo sui germogli e sui rametti più teneri prima che finiscano ingoiati con movimenti pigri della lingua breve e carnosa. Guai ad avvicinare un dito a quel becco, come pure solleciterebbe una curiosità immediata! Verrebbe tranciato di colpo dalla ghigliottina del becco frangitore.

22 Testuggini25 Razzie di testuggini

Incute soggezione pure quel loro modo di osservare con gli occhi terribilmente obliqui e lagrimosi. Il loro sguardo non sai mai dove sia veramente puntato. È come appannato e questo per effetto della cosiddetta terza palpebra, nota come membrana nittitante, che si muove in senso orizzontale, a mo’ di sipario, e serve per idratare gli occhi e proteggerli.

Le testuggini delle Galápagos erano sul punto di estinguersi (e una specie in realtà si è estinta di recente, quella dell’ultracentenario Giorgio il Solitario di cui sto per dire). Questi rettili sono stati oggetto in passato di cacce insensate e devastanti da parte dell’uomo. Qui erano massacrati a migliaia durante gli scali e le permanenze di pirati e filibustieri che queste isole avevano scoperto non molti secoli fa, e rappresentarono per decenni il loro facile nutrimento. Vista poi la capacità propria di questi animali di sopravvivere a lungo senza acqua né cibo, venivano imbarcati in grandi quantità sui velieri corsari e i galeoni che affrontavano le lunghe traversate oceaniche per avere in tal modo sempre a disposizione cibo fresco per le ciurme e gli equipaggi.

Riflessioni

 

Rifletto spesso sulla indifferenza dell’uomo e soprattutto sulla spietatezza che ha caratterizzato i suoi comportamenti nei confronti degli animali nel corso dei secoli. Intendo soprattutto quella degli occidentali. Questa insensibilità scaturisce indubbiamente da quella prospettiva che ponendo l’uomo al disopra della natura, come si legge nel primo capitolo del Genesi (Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra dominerai sugli animali della terra…), ogni forma di vita e l’ambiente sono stati posti sotto il suo dominio. Per quasi due millenni la natura è stata considerato amica dell’uomo (madre natura!) e buona, perché creata da Dio (…E vide – Dio, s’intende – che era cosa buona, si legge sempre in Genesi).

Questo sono gli insegnamenti vetero-testamentari nei quali si radica il nostro comportamento. La natura però non è buona e neanche amica. Non è né madre né matrigna. Non ha colore, non ha forma, non ha sesso. Semplicemente è. Eraclito, il filosofo greco detto l’Oscuro, a questo proposito fu invece chiarissimo. Insegnava 2500 anni fa (lo ricorda Umberto Galimberti in pagine di suprema trasparenza) che la natura non è regolata da nessuna provvidenza. Essa è solo lo sfondo immutabile che nessun uomo e nessun dio fece in cui gli umani sono inseriti come tutte le altre forme di vita e dove il loro generarsi e dissolversi è governato secondo necessità dalla ciclicità.  La natura è semplicemente il luogo della vita che si proietta nell’eternità passando attraverso la morte per creare altre vite più evolute e in un perenne divenire.

Alla natura si comanda solo ubbidendole. Così un secolo e mezzo dopo Eraclito, Aristotele ne completò il pensiero. Tutto quello che esiste dovrebbe perciò avere pari dignità e il diritto di fare il proprio percorso di vita fino alla fine: la testuggine delle Galápagos come l’uomo che le vive accanto. Siamo tutti soggetti alle stesse irrevocabili leggi di nascita, crescita, procreazione e morte in un ripetersi costante che è un rito perpetuo e impenetrabile. Non importa poi se, di tanto in tanto, poeti di suprema sensibilità come l’amato Leopardi, sembrano sconfortati e vinti dalle violenze di madre natura. Proprio Leopardi, infatti, pare volerla rimproverare e richiamare al rispetto delle promesse che in verità essa non ha mai fatto ad alcuno. I suoi versi in A Silvia su questa delusione sono infatti illuminanti. O natura, o natura, – scriveva – perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi? La natura in realtà fa solo quello che ha sempre fatto: il suo mestiere seguendo il suo immutabile corso e indifferente a dolore, malattia e morte di cui peraltro si alimenta. Siamo noi, in verità, che attribuiamo a una divinità il privilegio di averle dato una connotazione positiva (natura madre e benigna).

Ben avevano concepito la vita i Greci come un ciclo nel quali ogni esistenza è irreversibilmente inserita e dove obiettivo dell’uomo è di viverla secondo misura. Katà métron, dicevano, rispettandola per non macchiarsi di hybris, ossia l’eccesso, la smania di predominio e il non rispetto dell’equilibrio. Se per fortuna si va facendo strada una coscienza diversa e si va affinando la nostra sensibilità nei confronti del mondo che ci ospita, lo dobbiamo esclusivamente a un pensiero illuminista e laico. Questa diversa coscienza che cresce, nasce proprio dalla coralità comportamentale di coloro che hanno saputo indurci a fare un esame di coscienza. Così, con gradualità, cominciamo a capire che sprecando risorse, distruggendo l’ambiente e facendo della Terra, che è la sola casa che abbiamo, la nostra materia prima finiremo per distruggere la vita stessa.

Studiosi ancora poco seguiti come Serge Latouche hanno da tempo affrontato questo tema, introducendo la nozione di decrescita. Un concetto difficile da metabolizzare, che dovrebbe però diventare fin da subito e per tutti il punto di riferimento del nostro prossimo andare. Non sarà un procedere comodo e senza rinunce, è vero, ma chi non sa che andare significa pure un po’ soffrire?

Ma questo è un altro discorso e mi scuso per la lunga digressione.

da vicino…

Una testuggine enorme, un maschio dal peso non credo inferiore ai due quintali avanza solenne scuotendo la testa ritmicamente. Emette sbuffi dai forellini sul becco, seguiti da una vibrazione roca e prolungata. Ricorda il respiro affannoso di un ubriaco, ma molto, molto amplificato. Viene fuori da una canna cava questo respiro, eppure il becco è appena schiuso. Impensabile che un segnale così rauco sgorghi da quel brutto triangolo che forma la testa. Non è un suono articolato emesso da corde vocali perché le testuggini, come ho detto, non ne hanno, ma una vocalizzazione provocata dalla respirazione affannosa e dall’espulsione brusca di aria dal becco. Si avvicina alla compagna molto più piccola, immobile e prende a scalare la sua gobba con movimenti incerti. Gli unghioni affilati delle zampe anteriori rivolti verso l’interno artigliano le tessere rugose del carapace della femmina. Vi cercano l’appiglio migliore fino a quando il suo piastrone, che è la parte inferiore del carapace, lievemente concavo, si adatta al dorso della compagna. Le placche del carapace (si chiamano scuti), sulle quali raspano gli artigli sono lucide per i frenetici sfregamenti. Si capisce che non è facile restare in equilibrio in quella posizione. Ora i colli di entrambi i rettili si allungano a dismisura; quello del maschio sembra un corto pitone ma è capace di torsioni imprevedibili. La sua testa scende serpinea sul collo della femmina. Ha gli occhi lacrimosi, le fauci aperte e dai lati cola un filo schiumoso. Inizia un gioco rude e complicato del maschio fatto di morsi, di sbuffi e di bava che stilla lungo un filo d’erba appeso al becco. Il brontolio si fa incessante e cresce in maniera sonora quasi fosse emesso dai polmoni di un animale smisurato, non certo corrispondente alla testuggine davanti a noi, che pure è enorme. La femmina si muove strascicando con il crepitio dei passi sulla neve. Soffia in sintonia col respiro grosso del compagno che le grava sul carapace e quasi indifferente al suo peso. Dopo tanta fatica questo indugia con una serie di fremiti brevi accompagnati da un lamento prolungato a ogni scossa, poi scivola di lato come estenuato da uno sforzo immane, apparentemente senza esito per l’atto cui si disponeva.

Assistere all’accoppiamento di due testuggini nere giganti è uno spettacolo impressionante e grandioso. È soprattutto una prova di potenza dell’istinto che doma le difficoltà per un obiettivo supremo e indecifrabile che noi traduciamo con il termine approssimativo e quasi insignificante di riproduzione. Quanto però il sostantivo riproduzione realmente corrisponde a ciò che per esso veramente si intende? Quanto l’essenzialità di quest’atto coincide effettivamente con l’imperativo della continuità e della trasmissione dei propri geni?

L’accoppiamento delle testuggini giganti è un’opera faticosissima proprio per le difficoltà preliminari apparentemente innaturali che il maschio deve superare per scalare la montagna del carapace della femmina. Osservandole entrambe queste creature nei loro movimenti rallentati e faticosi non mi pare siano al settimo cielo.

26 Accoppiamento di testuggini

Ma sono certissimo di sbagliare visto che la specie non soffre ora crisi di natalità. Sbagliata anche la mia valutazione sull’apparente innaturalità dei preliminari. Il maschio, infatti, come accennato, dispone di un piastrone ventrale concavo in maniera adeguata perché possa adattarsi al carapace della femmina. Durante l’unione, come ho pure detto, è tutto un susseguirsi di movimenti goffi, di sbavamenti e raspature, di cupezze vocali, di squittii e di brontolii che s’intrecciano, emessi da entrambi i rettili in una sincronia stupefacente. Movimenti, scosse, vibrazioni, colpi d’unghia, morsi: a osservare bene in quest’atto di vita tutto è perfettamente adeguato allo scopo. Guai se così non fosse, un minimo squilibrio di quelle masse poderose, un capovolgimento del maschio sul proprio dorso ne segnerebbe forse la morte stessa. Quando sono rovesciati, infatti, questi rettili sono praticamente incapaci di raddrizzarsi sulle zampe se manca loro qualche protuberanza del suolo su cui far leva. Non così naturalmente le tartarughe marine.

George il Solitario

In questa stazione di ricerca è vissuta una testuggine di una varietà ormai estinta vittima della caccia dell’uomo.

Estinguere, cancellare… verbi tremendi che dicono senza che se ne rabbrividisca più, quello che l’uomo sa fare meglio. Saranno sufficienti i divieti e le limitazioni per la conservazione dell’ecosistema di quest’Arcipelago? O continueremo a seguire l’insegnamento biblico che vuole l’uomo dominatore su tutte le creature della terra? Perché se continueremo a trattare la natura e gli animali in particolare come le materie prime dell’esauribile miniera Terra, il nostro destino è già tracciato. Non è infatti sostenibile a lungo lo squilibrio fra società del benessere, quella occidentale che rappresenta il venti per cento della popolazione del Pianeta e consuma l’ottantasei per cento delle sue risorse, e la restante parte che deve contentarsi delle briciole! Non credo ci sia molto spazio per l’ottimismo se resta immodificata questa tendenza. Qualcuno ha amaramente affermato che se la Terra può soddisfare le necessità di tutti non basterà mai, purtroppo, ad appagare le bramosie di pochi. Chiudo l’inciso.

Come ho scritto in precedenza, di testuggini giganti se ne imbarcavano in numero incredibili su navi corsare e galeoni per il nutrimento degli equipaggi. La loro carne è, infatti, eccellente così come l’olio ricavato dal suo grasso, utilizzato per l’illuminazione prima dell’era dell’elettricità e non ultime, utilissime e preziose erano le placche del carapace, materia prima di mille oggetti anteriore all’età della plastica: dalla trousses delle signore eleganti, alle montature per occhiali!

L’ultimo esemplare di testuggine nera della specie estinta era caratteristico per il carapace detto a sella. Questo mostrava infatti una sorta di biforcazione, proprio come una sella, nella parte anteriore entro cui passava il collo lunghissimo, una caratteristica questa che ne facilitava l’allungamento e permetteva all’animale di raggiungere le foglie degli alberi anche a una certa distanza dal suolo.

La specie di questo rettile, cioè il chelonide nero, pare sia la capostipite di tutte quelle delle Galàpagos. A una di queste testuggini, in particolare, trovata su una piccola isole dell’Arcipelago, fu dato un nome. La chiamarono George. Fu soprannominata in seguito Il Solitario perché per decenni rifiutò di accoppiarsi con compagne di genere simile segnando così la fine della sua specie.

Nella stazione c’è un piccolo edificio con un ambiente attrezzato, molto protetto e con temperatura costante in cui si conserva il corpo imbalsamato di George il Solitario. È questa la non comune e ultima testimonianza della sua varietà per le generazioni che verranno…

Entriamo nella sala protetta e con luce diffusa, dopo aver sostato per qualche minuto in un vestibolo di adattamento con microclima controllato. È uno spazio silenzioso turbato solo dal ronzio degli apparati elettrici che stabilizzano la temperatura.

Il silenzio aiuta a vedere e a capire meglio, soprattutto dà autorevolezza alle cose. Davanti a noi c’è la teca di vetro che contiene il rettile mummificato. Suscita un brivido di emozione la sua forma apparentemente intatta, fossilizzata per la storia e per la curiosità di quelli che verranno. E suscita non minore ammirazione l’attenzione riservata a questa cosa che non ha più vita ma che la vita di una specie estinta è chiamata a rievocare. Una specie scomparsa per sempre. Mai come qui, in questo momento, nella calma dell’ambiente, davanti a questa creatura naufragata nell’eternità, il silenzio diventa dominatore del tempo e spiega quello che le parole non sanno spiegare. È un silenzio fatto apposta per dar motivo alla penombra di ascoltare quello che stiamo pensando.

Testuggini come questa sono vissute a milioni su questi puntini sperduti del Pianeta che sono le Galápagos: animali che si sono fatte le ossa sopravvivendo al passaggio dell’evoluzione, quasi fossili viventi. Le testuggini giganti non erano evidentemente appetibili con immediatezza per gli animali predatori dell’ambiente di quelle epoche. Ben protette com’erano e a loro agio in quella corazza impenetrabile nella quale, stando al mito, Zeus, padre degli dèi, le aveva relegate sopravvissero al tempo nel corso di milioni di anni. Poi arrivò l’uomo, il flagello, che seppe come svuotare quello scrigno di sostanze preziose e ottenerne olio per illuminazione e per farne sapone, carni per preparare zuppe e scuti per montature di occhiali eleganti.

Nel suo sepolcro, George immobile in un’eternità insondabile ha vissuto la vita comune di tutti i viventi, ha vissuto con il nostro respiro e con gli stessi organi del nostro corpo. Il rumore roco che mi pulsa nella mente e squilla nel cervello non è solo quello dell’impianto elettrico di refrigerazione. Forse è in parte il soffio di George. Col monito della sua immobilità fredda dà senso all’impegno di quelli che con umiltà, qui intorno, lottano per la continuità della vita nel suo inarrestabile scorrere.

Osservo la forma pietrificata oltre il vetro: è come se comunicassimo su piani di specie diverse ma usando il linguaggio essenziale che unisce entrambi nella materia comune di cui siamo fatti, lui estinto e io con il suo stesso destino. Ma è lecito parlare di estinzione? Non ne sono del tutto convinto quantunque le aride statistiche dicano il contrario. Dall’infima dimensione di tessera del mosaico cosmico che occupo, credo talvolta che non ci sia estinzione e nemmeno morte se una sola vita durerà sotto il sole. Perché una sola esistenza riassume nei suoi geni i codici della vita di tutte quelle che hanno preceduto la sua…

Desta simpatia e tenerezza George il misogino, questa testuggine ultracentenaria immobilizzata nel sepolcro del suo guscio e il guscio nel sepolcro di vetro. Resto muto davanti a questa tomba cosi asettica e singolare, e muti con me restano Fiorella, Vincenzo e Dànao. È un segno di istintivo rispetto, comune d’altronde alle altre persone intorno a noi. La cosa lì, in quel cubo trasparente, è un testimone del tempo che si è interrotto per una legge senza eccezioni e ha fissato il passo del divenire in una forma che fu un tempo corpo, sangue, respiro, vita. Quante miriadi di specie sconosciute a noi si sono estinte alla stessa maniera nel corso delle ere geologiche! E quante se ne estingueranno in pari silenzio! Legge biologica e passo della vita implacabilmente segnato da un inizio e da una fine: nascita e morte per gli individui, speciazione ed estinzione per le specie.

Eppure questa testuggine mummificata ci riguarda di più, ci coinvolge di più, perché siamo stati spettatori impotenti del suo scomparire, noi che di esso abbiamo la responsabilità morale, non come uomini soltanto ma come suoi compagni dello stesso viaggio nella vita. Compagni! Non so se l’aggettivo è appropriato. So però che la biologia moderna per la quale la selezione naturale è il motore dell’evoluzione della vita sul Pianeta è giunta alla conclusione secondo cui tutti gli esseri viventi condividono un comune progenitore. Questo sarebbe provato da uno stesso codice genetico, da una pari struttura del DNA ecc.

Cerco di illustrare queste considerazioni ai compagni dei quali mi piace conoscere le riflessioni e il punto di vista dopo averle illustrate mentalmente a me stesso. Ahimè, non trovo consenso. Vincenzo mi scruta alzando gli occhi di leone gentile, senza muovere il capo, storce le labbra e non aggiunge altro. Gli leggo nello sguardo i suoi pensieri ma non li capisco mai interamente. Uno però non mi sfugge ed è il giudizio pragmatico di chi colloca i ragionatori come me nella categoria di quelli che vivono a mezz’aria. Per lui non smetterò mai di avere idee contorte per la testa e una mente satura di semi. Dànao invece mi osserva. Ha un’espressione tenera sospesa nel volto e il capo inclinato degli adolescenti che si stanno ponendo interrogativi supremi. A dodici anni si hanno fremiti adrenalinici che fanno sobbalzare a ogni attimo, si hanno orizzonti d’avventura disegnati negli occhi, si avanza nell’esistenza col passo glorioso di chi non ha il senso delle distanze. Lo comprendo per empatia affettiva e perché ha la curiosità di chi sa vedere luci anche al buio e sapere per istinto che la curiosità spalanca spesso le porte sulla meraviglia. So che si domanda che vicinanza genica (o di qualunque altra natura) può legare lui a quella ruvida calotta sferica lì? Quella testuggine storica percorreva in un’ora la distanza che lui copre in un secondo. Sicuramente non lo convincerà mai il filosofo Zenone con il suo paradosso che vedeva Achille incapace di raggiungere una tartaruga e superarla.

Intanto stancamente George mi osserva da un’altra distanza con quegli occhietti cisposi e il suo sguardo di trasognata pensosità che sembra provenire da età preistoriche! È però uno sguardo paziente quasi a voler esprimere un’indulgenza senza limiti per le mie divagazioni.

Dànao ha ragione, non meno di Vincenzo. È più paradossale la vicinanza genica sostenuta dai biologi moderni di quanto lo sia la distanza del paradosso di Zenone. Fiorella nasconde il suo punto di vista, leggo però nel suo volto i segni di un intenso pensare.

Seguo con curiosità minuziosa le pieghe irrigidite della pelle di George. Il tempo gliele ha disegnate addosso come un vestito, tanto sulle zampe dalle simmetriche escrescenze rugose che sul collo, lungo quasi innaturalmente. Squadro il suo becco orgoglioso dai bordi affilati, quei due occhi dal taglio diagonale e lo sguardo soprattutto come uno specchio di acque stagnanti, che osserva da un altro eone.

La storia di George è brevemente riepilogata da un cartello bilingue su una parete dell’ambiente protetto. Su di esso si legge che le ultime tre testuggini di Pinta, una delle Galápagos, furono isolate per essere esposte al pubblico nel 1906. George il Solitario era una di esse. In questa stazione di ricerca iniziò la sua vita in cattività. Era scrupolosamente protetto e seguito avendo accanto femmine prossime alla sua specie. Erano state cercate ovunque sul Pianeta, perché potessero accoppiarsi con lui e assicurargli una progenie. Ma George visse la sua separatezza esistenziale e morì centosei anni dopo, nel 2012, consegnandosi alla storia senza onore di pianto e senza discendenza, ultimo delle tre testuggini superstiti di Pinta. Aveva verosimilmente superato i centotrent’anni di età!

27 Giorgio il Solitario

Divenuto simbolo della sopravvivenza della specie, rappresentò l’intuizione che accese l’attenzione del mondo scientifico e non solo sulla vita dei chelonidi neri di questo Arcipelago. George il Solitario e diventato il modello di riferimento della lotta per la salvaguardia dell’ecosistema e il punto di partenza della più scientifica e minuziosa opera di protezione e riproduzione della specie. Gratificano perciò le parole che si leggono sui cartelli informativi. Sono disposti o con singolare frequenza nell’immenso vivaio dedicato alle testuggini giganti a conferma degli eccellenti risultati che si vanno conseguendo. Mi colpisce una frase e mi si fissa nella mente… La natura è la nostra dimora e ci provvede di quanto occorre. Non è un posto da visitare. È casa nostra. Abbiamone cura: non ne possediamo un’altra. George il Solitario diventi un simbolo di quest’attenzione.


 

Mattia Branco

Ho diretto,ho collaborato e collaboro con periodici locali e riviste professionali. Attualmente conduco uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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