3 MAGGIO 2020 – IV DOMENICA DOPO PASQUA (A) CONVERSIONE E ANNUNCIO

3 maggio 2020  –  IV Domenica dopo Pasqua (A)

CONVERSIONE E ANNUNCIO

gruppo biblico ebraico-cristiano השרשים  הקדושים

francescogaleone@libero.it

1) Continua la catechesi battesimale. Il predicatore – che parla a nome di Pietro – invita i nuovi fedeli a riflettere sulla loro condizione di figli. Questi discorsi non sono la trascrizione di ciò che Pietro ha detto, ma una sintesi della catechesi data nei primi tempi della chiesa: questa catechesi è posta sulla bocca di Pietro per indicarne l’importanza e l’ufficialità. Nel mondo antico funzionava così nel senso che, per dare importanza a un libro, lo si attribuiva a un personaggio importante: per esempio, a Mosè è attribuito il Pentateuco, a Davide il libro dei Salmi, a Salomone il libro della Sapienza, agli evangelisti i Vangeli ma, non sono essi i veri redattori! I Vangeli non vogliono tanto raccontare dei fatti, quanto rivelare il loro significato profondo; gli evangelisti non sono dei cronisti ma dei teologi. In questo brano, Gesù viene presentato come buon pastore: egli è punto di passaggio obbligato per arrivare alla salvezza; egli è la porta, cioè il sacramento fontale da cui ci viene ogni grazia. In una parola, egli è la nostra pasqua (passaggio): è per Lui che la vita ci viene da Dio ed è per Lui che la nostra preghiera sale a Dio. “Io sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza”. Questa conclusione illumina tutto il brano, che possiamo dividere in due quadri: nel primo, Gesù parla del pastore e del ladro  (vv. 1-6); siccome i suoi interlocutori non comprendono che Gesù parla di sé stesso, nel secondo quadro, egli si definisce chiaramente “la porta delle pecore” (vv. 7-10).

Pastore buono, anzi, unico!

2) Un mio amico non riusciva a trovare nessuno disponibile, anche offrendo una buona paga mensile, a pascolargli il gregge. Vita dura quella del pastore! Allontanarsi per settimane, non vedere che pecore e pascoli! La loro vita è amara più che dolce, sofferta più che goduta, penosa più che bucolica. Non occorre andare in Israele; anche il nostro Sud ci offre ancora pezzi di questo mondo primordiale. Chi accetta questo lavoro, finisce per affezionarsi agli animali: le lunghe giornate e nottate trascorse insieme fanno sì che il pastore si senta più un padre che un padrone. Queste realtà il Signore le conosceva bene, come i suoi ascoltatori, popolo nomade e dedito sulla pastorizia; le sue parole non erano nuove, come forse a noi moderni. Gesù, buon pastore! Non pensiamo alle statuine di gesso, a Gesù con la boccuccia a ciliegia, e l’agnellino sulle spalle, simile a un batuffolo di cotone. Se leggiamo il Vangelo con attenzione, ogni leziosaggine scompare, il linguaggio diventa ruvido: “E’ un ladro e un brigante … Il ladro viene per rubare, uccidere, distruggere”. Ma è presente anche tanta tenerezza: “Chiama le sue pecore una per una, e le conduce al pascolo”. Gesù dice una frase forte: “Quanti sono venuti prima di me, sono tutti ladri e briganti”. Frase che non si potrebbe ripetere in un salotto o in una università; ma nella sostanza la frase resta vera. Quante voci ci hanno chiamato, prima e dopo quella di Cristo, da quella di Socrate a quelle dei “nuovi filosofi”. Non erano certo ladri e briganti, però solo il Cristo ha dato la sua vita per me, per ognuno di noi. Siamo pecore? Che importanza ha? Siamo pecore tutti; tutti facciamo parte di qualche gregge o tribù o circolo o gruppo o chiesa o, Dio non voglia, di qualche branco. Il gregge di Gesù non rende schiavi, non porta al vizio e alla rovina. Buon pastore? Forse molto meglio dire: pastore unico!

Io sono la porta

3) In tutto l’antico Medio Oriente il sovrano era immaginato come un pastore. Nelle prime iscrizioni mesopotamiche, “pascere” è sinonimo di governare; il faraone era chiamato “pastore di tutte le genti”. Per comprendere meglio l’immagine del pastore, dobbiamo fare riferimento alla vita palestinese del tempo di Gesù: l’ovile era un solo grande recinto; alla sera, i diversi pastori conducevano le pecore all’ovile, ove si mescolavano a quelle di altri pastori. L’ovile era un recinto circondato da mura di pietra, sulle quali venivano posti fasci di spine per impedire alle pecore di uscire e ai ladri di entrare. Durante la notte, uno dei pastori vegliava, mentre gli altri dormivano: armato di un bastone, si posizionava all’entrata dell’ovile – che non aveva porta – si accovacciava e diveniva egli stesso la porta. Quando Gesù ha detto “Io sono la porta” faceva riferimento a questo. A nessuno piace essere paragonato a un gregge, a una pecora, tuttavia l’immagine della pecora suggerisce bene la nostra condizione: siamo privi di qualsiasi difesa contro il lupo rapace. Cristo non invita a rinunciare a se stessi o a praticare una cieca sottomissione; non è un populista che manipola le folle, né uno sciamano o un carismatico fanatico; e non è d’accordo con quanti  vogliono un gregge chiuso e obbediente: egli va in cerca delle pecore lontane o smarrite. Il verbo “condurre fuori” (ἐξάγει/exaghèi) è lo stesso adoperato nell’Antico Testamento per indicare l’esodo (Es 3,10; 6,27). Quella di Gesù è una liberazione: toglie il gregge dal recinto, dall’atrio dell’istituzione religiosa giudaica, non per rinchiuderlo in un altro recinto, ma per dare ad esso la piena libertà. Infatti, l’evangelista scrive che quando Gesù “ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”. Quindi, Gesù non rinchiude le pecore in un altro recinto, ma dona loro la libertà.  Al mattino, infatti, una scena allegra: ogni pastore entrava nel recinto, chiamava le sue pecore, che riconoscevano il timbro di voce, e lo seguivano. Notare l’insistenza sulla “voce del pastore”, “che è ascoltata” (v3), “riconosciuta” (v.4), distinta da quella degli altri (v.5). Anche dopo la risurrezione, Gesù verrà riconosciuto per la sua voce. L’immagine del pastore evoca anche  l’idea della vita come viaggio: “Siamo in cammino. Le malattie, i disagi, i dolori … sono mali d’esilio, sono avvisi di lontananza”, diceva Léon Bloy. “L’uomo è un cavo teso tra la bestia e l’oltre-uomo, un cavo al di sopra di un abisso. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo” (F. Nietzsche).

Solo chi ama può conoscere

4) Cristo vuole che noi lo conosciamo come egli si conosce, come il Padre lo conosce. Tale esigenza ci spaventa; anche nella migliori famiglie è raro conoscersi veramente; pensiamo che sia pericoloso. Chi oserebbe dire: “Mia moglie conosce me come io conosco mia moglie”? I genitori vogliono conoscere tutto dei figli, ed è anche giusto, e se anche i figli conoscessero tutto del padre e della madre? Bisogna veramente amare per desiderare di mostrarsi come siamo, con le nostre odiose colpe, i nostri vergognosi pensieri, e con quello strano resto di innocenza che ancora è presente in ognuno di noi. Sappiamo che il Signore ci conosce bene, ma di questo abbiamo più timore che gioia; dal catechismo sappiamo che Dio vede tutto (il famoso occhio nel triangolo!), e pensiamo quasi di essere spiati e condannati, invece di pensare che ci segue per aiutarci. E’ questo l’unico lavoro degno di un padre e di un Dio; è questo il primo articolo della nostra fede: “Credo in Dio, padre onnipotente”, cioè sempre pronto a perdonare, a dare fiducia, ad accogliere ogni figlio prodigo e dissoluto!

Il Signore è il mio pastore, nulla mi manca

5) Proviamo, davanti a queste parole, un senso di pace e di sicurezza. Ci sono pastori che mungono, tosano, macellano, divorano le pecore, senza pietà. Del tutto diverso è Gesù! E noi? Sappiamo distinguere la voce del “buon” pastore? Attorno a noi, in questo zoo umano, sentiamo ruggiti e ululati; Machiavelli stesso raccomandava al “principe” di essere “lione” e “golpe”, ma poteva anche aggiungere “serpente e iena”. Oggi non è facile parlare del papa, dei vescovi, dei sacerdoti in termini di pastori. Molte deformazioni storiche gravano sull’immaginario collettivo dei credenti. Il papa, per esempio, da molti non è visto come il centro di unità per tutta la chiesa, ma come un capo politico, un astuto diplomatico, un monarca assoluto. Il vescovo non è visto come il centro della chiesa locale, il padre e il maestro della famiglia diocesana, ma come un solenne dignitario, un alto funzionario. Il parroco e i sacerdoti non sono visti come i pastori dedicati al loro popolo, ma come i burocrati che curano delle pratiche, o i potenti cui chiedere raccomandazioni. I fedeli hanno anche ragione quando si mostrano esigenti e critici verso i loro pastori, ma devono anche manifestare loro affetto. La chiesa, anche se sbaglia, resta sempre una madre! Il cardinale Newman, convertitosi dall’anglicanesimo al cattolicesimo, ebbe molto a soffrire perché odiato dai protestanti e incompreso dai cattolici; portò la sua croce in silenzio; occorre imparare a “morire come grano nel campo della Chiesa, e non come ribelli rivoluzionari davanti alla sua porta” (K. Rahner). La differenza tra Martin Lutero e Francesco è solo e tutta nell’obbedienza: Lutero si è messo contro il papa, ha preteso la conversione degli altri, ha spaccato in due l’Europa; Francesco ha convertito se stesso, e “sua dura intenzione ad Innocenzo aperse / e da lui ebbe primo sigillo a sua religione”.

Pastori sono anche i genitori

6) E’ possibile anche interpretare la parola del “Buon Pastore” in chiave familiare: i genitori e i figli. A prima vista, l’amore tra genitori e figli è il più limpido e il più nobile. L’amore paterno e materno è il prototipo di ogni autorità: non a caso i superiori religiosi si fanno chiamare abate, padre, papa; e le autorità civili si fanno chiamare padre della patria, re buono, padre dei sudditi. Ad una lettura più profonda, l’egoismo può rovinare anche i rapporti tra genitori e figli, quando, al centro della famiglia, non viene messa la persona dei figli ma quella dei genitori, con i loro progetti proiettati sui figli, dai quali ci si attende di essere ripagati dopo una vita di sacrifici. In questo modo, anche i genitori, che dovrebbero essere “buoni pastori” diventano mercenari, perché non servono i figli, ma si servono dei figli, anche per finalità nobili ma estranee ai figli. Dare la vita: un gesto che non si esaurisce nel solo momento della generazione; il figlio deve nascere alla vita, ma anche al mondo, e questo è possibile solo se il “genitore” diventa anche “padre”,  senza cadere nella tentazione di riprendersi quella vita generata. Maria, salus infirmorum, ci protegga da ogni male! Buona Vita a tutti!       

 

Mattia Branco

Ho diretto,ho collaborato e collaboro con periodici locali e riviste professionali. Attualmente conduco uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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