CASERTA – Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.

 

Raffaela Valentino

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e da più valori ai problemi che alle soluzioni”. Così parlava Albert Einstein nel 1930.

 

Ecco, volendo far nostre queste parole, volendole portare alla triste realtà odierna, esse risultano sinistramente attuali.

Abbiamo incontrato  la dottoressa Raffaela Valentino, apprezzata opinionista dell’Eco di Caserta, laurea in Logopedia presso la Sapienza di Roma, Pedagogia con Specializzazione nella gestione dei servizi educativi e formativi a Napoli, Master in Pedagogia Clinica presso l’Isfar di Firenze, per cercare di capire quali possano essere le motivazioni che inducono le persone a si tragici gesti e perché il fenomeno è in triste ascesa nel nostro presente.

“La crisi economica – spiega la dottoressa –  sta portando non poche conseguenze sugli uomini: la disoccupazione, i problemi economici e lavorativi, le difficoltà familiari. Tutte queste cose costituiscono  importanti fattori di rischio andando ad incidere su condotte suicidarie, in quanto  portano ad un grave squilibrio psico-sociale.

Il lavoro costituisce un fattore protettivo, ma il licenziamento, la perdita o il deterioramento dello status sociale e l’indigenza portano ad una destabilizzazione,  a un declassamento compromettendo lo stato  della persona”.

Volendo fare un piccolo excursus indietro nelle cronache del tempo, leggiamo che i suicidi sono sempre stati maggiori negli esponenti della classe agiata. Le motivazioni risiedevano nel fatto che essi non riuscivano ad abituarsi al loro nuovo livello di vita, mentre la classe povera, operaia, già abituata ai sacrifici riusciva a sopportare meglio il peggioramento della propria condizione.

” Purtroppo – prosegue la dottoressa – quando  il padrone diventa servo, cioè quando perde il proprio status sociale, la propria ricchezza non riesce a fronteggiare  e razionalizzare  il problema,  inizia a formulare l’idea di farla finita e medita sulla morte e sulla possibilità di darsi la morte. Queste idee che si delineano nella mente della persona finiscono per comporsi in pensieri. Pian piano essi si strutturano e possono indurre al suicidio .In effetti, qualunque  evento che provochi una perdita, reale o simbolica (un lutto o la separazione da una persona significativa, la perdita del  lavoro, della propria abitazione o anche di un progetto)  possono portare al  pensiero del suicidio e al suo compimento”.

Alla base di questo gesto estremo, il suicida non vuole creare un lutto verse se stesso, ma imporlo agli altri.

” Il suicida – continua la Valentino – arriva a immaginare anche il proprio funerale e attraverso la morte violenta cerca di attirare quella attenzione che non era riuscito ad avere da vivo come fece Van Gogh, oppure, come fecero Hitler, Cleopatra, re Lear ed altri che si uccisero per non finire prigionieri e avere la stessa sorte che avevano imposto ad altri”.

Oggi, il suicidio costituisce uno dei maggiori problemi di vita pubblica.

 

Analizzando le cronache appare subito chiaro che sono più gli uomini che decidono di togliersi al vita rispetto alle donne. Diverse anche la pianificazione e il metodo.

” I maschi scelgono l’impiccamento, le armi da fuoco  o la defenestrazione;  le donne utilizzano la defenestrazione, l’impiccamento, l’annegamento, l’avvelenamento e il taglio delle vene che quasi sempre si trasformano in parasuicidi.

Il suicidio è compiuto nella propria casa o in quella di amici, in ospedale, nei luoghi aperti, negli hotel, nei veicoli e in questo periodo nella propria azienda”.

Effetto Werther

 

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni può rientrare nel cosiddetto ” effetto Werther”. Ovvero, al notizia del suicidio genera una catena di altri suicidi. Ciò che innesca questa tragica catena, non è il fatto di parlarne, ma la maniera con la quale la notizia viene accolta. I fattori di rischio dipendono dall’età, razza, religione, condizione familiare, lavoro e clima, ma soprattutto le malattie psichiatriche.

 

Suicidio, comunque e sempre offesa a Dio

 

Qualunque siano le motivazioni, la spirale negativa innescata da tragici pensieri, la volontaria cessazione della vita è un’offesa a Dio.

” Assolutamente – taglia corto la Valentino – solo l’Onnipotente può dare o togliere la vita. La religione fa sentire la sua voce tanto sugli operai quanto sui padroni, sui poveri come sui ricchi. Quindi, la religione dovrebbe preservare dal suicidio diventando una difesa, fornendo una propria ragione di essere, modellandoci anche attraverso credenze religiose” .

Allora che fare per prevenire questi tragici gesti. Come si può agire sui soggetti maggiormente a rischio.

” Spiegando che il suicidio dipende da un eccesso di solitudine, da una socializzazione distorta, da non saper reggere gli alti e bassi dei cicli economici, dalla speranza del tutto illusoria di avere una   “seconda vita  immaginaria” che compensi le carenze affettive della prima e via dicendo. Ecco, questo potrebbe essere una buona base di partenza, una giusta azione di prevenzione rispetto ai deboli. E’ compito  della società offrire ai suoi membri una vita accettabile e cercare di capire, ricercare , intervenire e prevenire . La vita – conclude la dottoressa parafrasando Goethe – appartiene ai viventi e chi vive deve essere preparato ai cambiamenti”.

 

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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