CASTELVOLTURNO LUOGHI E MOMENTI DI SOGNO

 

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di  Francesco NUZZO

Chi intenda conoscere meglio Castelvolturno, insieme con la rinunzia a  pigri luoghi comuni, dovrebbe dare uno sguardo alla sua storia, perché il presente è la confluenza di tutta la storia precedente e l’ultimo atto di essa. Scoprirebbe allora che il territorio situato alla foce del Volturno fu sfruttato dagli Etruschi a fini commerciali, considerata la possibilità di un uso portuale del fiume e la facile comunicazione con il mare Mediterraneo, mentre i Romani delinearono una destinazione militare dell’area, fondando nel 194 a.C. la colonia marittima di Volturnum.

Ma appare eccessiva, forse, la superficiale narrazione di avvenimenti assai risalenti, che oscillano  tra distruzioni e incredibili resurrezioni della città. Certo,  la suggestione evocatrice illumina i ricordi del passato, e l’alterno divenire degli  eventi, filtrati dal sentimento, spinge il ricercatore in un mondo di sogno dove svaniscono, per incanto, gli affanni quotidiani. L’attualità, comunque, produce rabbia e delusione per cose che non ci sono più, a causa del cemento armato che ha ucciso la meravigliosa pineta, decantata dagli scrittori di ogni tempo. Dov’è la foresta sempreverde, formata da piante di leccio e arbusti tipici della macchia mediterranea, che crescono spontaneamente sul fondo sabbioso e privo di acqua?  E la vegetazione che rende stabili i cordoni delle dune, e si oppone all’erosione e alla corrosione? O la gran parte della fauna tipica che offre lo spettacolo di infiniti voli e di infiniti inseguimenti secondo le leggi eterne della natura? Non ci è più nulla.spiaggi c castelvolturno

Rimane la collera per  le presunte realizzazioni turistiche, che hanno modificato in maniera irreversibile la costa, mediante l’asportazione di materiali sabbiosi dalla foce del Volturno, mentre le spiagge sottoflutto hanno subito una profonda erosione con perdita di arenile piuttosto consistente. La difesa dall’azione erosiva, attuata mediante pennelli trasversali, ha in qualche modo determinato un sostanziale arresto del processo distruttivo e un lieve aumento della superficie del litorale. Sembra che un artista capriccioso, con un sottile lavorio di intarsio, si diverta a fare e disfare quel che crea, mentre è la natura che reagisce con la sua forza inesorabile agli assalti dell’uomo.

Non possono passare sotto silenzio le banditesche iniziative edilizie, che danneggiarono località situate in zona di golena,  ricche di erbe, canne  e piante fluviali, che occorreva scostare con forza per giungere a piedi nel punto di spiaggia dove il nostro fiume  sfocia nel mare. Gli alberi squassati dalla potenza del maestrale, che scarmigliava le chiome e piegava i fragili fusti fino a terra, assumevano, per sempre, una posizione prona, come in un atteggiamento di sottomissione e di preghiera. Restano solo gli sbiaditi ricordi di quanti allora assaporarono la gioia di una terra generosa, poiché dissennate colate di calcestruzzo coprirono spazi privati e pubblici, occupati  non di rado da camorristi per edificare case nelle quali si rifugiavano quando erano ricercati dalle forze di polizia. Le rovine prodotte richiedono soluzioni che non consentono sanatorie, poiché i manufatti insistono su terreni demaniali e di uso civico.  A dire il vero, il mare si sta vendicando e ne ha distrutto molti, in attesa che gli uomini, attraverso un programma di vasta portata che eccede mezzi e competenze del comune, facciano il loro dovere con abbattimenti e razionali ristrutturazioni.

Come spiegare, tuttavia, il fascino di questo lembo di terra affacciata sul Tirreno, a dispetto delle ferite prodotte dall’uomo? Sì, non ci è dubbio: per il libero cielo, risuona ancora il canto misterioso delle sirene che ammaliarono Ulisse quando la sua nave solcava le acque azzurre del nostro mare. Per scoprire questa misteriosa presenza, basta oggi recarsi alla foce del Volturno alle prime luci dell’alba, quando il sole comincia il suo lavorio di intarsio, e sarà possibile scorgere un piccolo gruppo di donne, che dialogano  in composta serenità secondo un rito rimasto fermo nei secoli. Poi, spariscono.

Piazza Annunziata è il cuore della città, se consideriamo il vicino Volturno, presso il quale sorgono la Casa comunale e la Chiesa Madre. Il nostro viaggio verso il mare parte da codesto centro ideale, e si snoda lungo la via del mercato. Al termine della quale, sulla destra, si scende per un tratturo in terra battuta, che fiancheggia l’argine maestro. Appena pochi passi, e incontri il piano ricco di una pianta senza tempo: il giunco, che i nostri avi, essiccandone il fusto, usavano per i lavori d’intreccio. Quei fasci spontanei di erba palustre, belli a vedersi perché danno il senso dell’insieme inventato, sono d’un subito riempiti dall’improvvisa apparizione di bufale, il cui colore nero, agli inesperti forestieri, infonde paura. Falsa immagine di un animale docile e buono, che si trasforma soltanto quando avverte che i suoi figli sono in pericolo. Ma possiamo alterare il significato d’un istinto d’amore?

Avendo la ventura di incontrare il bufalaio, mentre il sole scaglia i suoi raggi cocenti, capita anche d’assistere a una esibizione che non dimentichi più: la  sua parola secca e perentoria, che sembra venire da remote lontananze, fa scattare in maniera repentina una muta di cani, che si precipitano dove le bufale pascolano placide, e le avviano con sorprendente rapidità nelle acque del Volturno. Lì, accanto alla riva, attendono con pazienza, per riportarle nelle stalle, dopo il bagno ristoratore. Misteri di una terra, devastata dall’ingordigia umana, ma ancora capace di donare ai propri figli un futuro meno arcigno, a patto che  vogliano.

Immaginate di essere in un teatro, mentre cala la tela per una nuova scena dell’opera rappresentata. Le impressioni precedenti sono vive tuttavia, ma la mente si prepara, in raccolta curiosità, alle ulteriori sollecitazioni artistiche. Nella campagna fluviale di Castelvolturno, il cambiamento, senza trapassi improvvisi, è modulato dalla graduale varietà di vegetazione, che decora l’ambiente con cannucce, tamerici e altre specie. Si tratta dei segni anticipatori di un luogo affascinante: l’Oasi dei Variconi, area palustre di importanza strategica nell’ecosistema del Mediterraneo, e ponte adeguato verso il continente africano per una moltitudine di uccelli che, due volte l’anno, si spostano in massa con spettacolari voli. Questa caratteristica sfugge a tanti nostri cittadini, altrimenti la vigilanza contro i vandali sarebbe fortemente sentita, per impedire ai delinquenti le azioni dannose degli apparati protettivi, ma anche l’abbandono indiscriminato di deturpanti rifiuti, che offendono l’intera collettività.

L’oasi, qualificata come area a protezione speciale, comprende un vasto ambiente salmastro retrodunale,  con una superficie di 194 ettari, il sessanta per cento dei quali è occupato da due piccoli stagni costieri comunicanti tra loro. Tali stagni non hanno un rapporto diretto e costante con il mare, ma alcuni canali artificiali li collegano tra loro e con la foce del Volturno. La acque sono salmastre, derivanti in parte da infiltrazioni di origine marina e in parte da apporti meteorici. Gli ornitologi rilevano, nell’ambito dei Variconi, l’esistenza di 250 specie di uccelli, molti dei quali sono migratori, ma numerosi altri hanno scelto la zona come propria area di nidificazione.

La persona che s’aggira in quell’angolo, selvaggio e ospitale a un tempo, prova emozioni uniche, agevolate dal percorso naturalistico di  birdwatching con quel che resta di alcune passerelle e capanne per l’avvistamento degli uccelli. A sentire autentici conoscitori del territorio, il volo di fenicotteri rosa, durante l’esodo autunnale e il ritorno primaverile, lascia senza fiato: gli eleganti uccelli, con il loro  morbido planare, dipingono quadri di stordente bellezza. Possibile che la coscienza ecologica e la cultura  aperta ai valori della natura, eterna creatrice di forme artistiche, siano riservate esclusivamente a persone avanti negli anni? E dove sono i giovani, cui spetta la conservazione e la trasmissione di un patrimonio inestimabile?

L’intero ecosistema di Castel Volturno è stato sconvolto dai predatori: la pineta, la campagna, il mare, la costa, il fiume componevano un insieme armonico, la cui distruzione ha innescato effetti negativi a catena. I processi erosivi alla foce del Volturno, dovuti alla riduzione dell’apporto di materiale sabbioso e all’asportazione di inerti dal fiume, hanno fatto  retrocedere di qualche chilometro la sponda sinistra, per fortuna salvata da interventi di urbanizzazione. Al contrario, la parte destra, colpita da sconsiderate operazioni edilizie, è un campionario di brutture e illegalità, dove la drastica azione del moto ondoso continua la sua azione distruttiva dell’arenile. I più recenti interventi di difesa trasversali e longitudinali, contribuendo alla variazione del regime idrodinamico, non suscitano grida di gioia, se il mare,  entrato nel Volturno, ne altera e riduce il corso.

Torniamo a ricordi lieti, quando la nostra gente godeva i vantaggi di un’antica eredità naturale, composta di beni semplici. Senza spingerci tanto addietro negli anni, contempliamo, con un atto di pensiero, il luogo nell’epoca immediatamente successiva alla dolorosa guerra mondiale, che apportò  lutti e devastazioni.

Dopo l’oasi dei Variconi,  erbe e piante davano vita a una distesa di colori e profumi, per i quali il visitatore si deliziava. Viottoli e stradine di campagna aiutavano il cammino verso il mare, di cui s’udiva il faticoso ronfare, ma non si vedeva. Alte dune erano una barriera formidabile barriera, sorte apposta per acuire il desiderio di giungere alla meta. Il faro –  lanterna, nel linguaggio del paese-  sorgeva lontano, e tuttavia la sua presenza assicurava la certezza anche di un bagno ristoratore.

Di bellezza aspra e delicata a un tempo, l’arenile esibiva una costellazione di “luggetelle”, come venivano chiamate le strutture di piante e frasche, che le famiglie utilizzavano per ripararsi dai raggi solari e, magari, per consumare il pasto meridiano. I bambini, giunti magari a bordo di un carretto tirato da un asino, lanciavano il grido entusiasta: il mare, il mare, non saprei dire se identico per intensità a quello dei soldati greci descritti da Senofonte nell’Anabasi. Si gettavano, quindi, nell’acqua limpida, sotto gli occhi vigili di ciascuno dei bagnanti adulti, poiché quegli scatenati frugoli appartenevano a tutti. Nell’aria pulita risuonavano voci e canti, che riempivano i cuori di letizia serena, destinata a durare all’infinito…

Poi, il sogno s’interrompe, e gli occhi vagano sul tragico sfacelo. L’avidità di speculatori e la cecità di politici “approssimativi”, però, non hanno vinto la partita definitiva. Perché, chi si oppone? Ma sì, i cittadini di Castelvolturno, che hanno costruito la magia di uno spicchio di paradiso proprio sulla foce. Castrese, Teodoro, Ferdinando, Rocco, Luigi, Peppe, Vincenzo, Michele, Francesco, Nicola (spero che non mi sfugga qualcuno), nel conservare i tronchi abbandonati dal mare, difendono l’esistente. Spiccano le “pagliarelle”, erette dai testardi resistenti, e il rifugio dalla calura estiva trova sollievo pure nei discorsi alla giornata, non ornati da vanità intellettuali, ma pieni di senso comune. A proposito, tutti gli “utenti”, per usare un termine di burocratica bruttezza, non abbandonano rifiuti su quella spiaggia che gli appartiene.

 

 

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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