Coraggio! Alzati! Gesù ti chiama!

XXX Domenica del TO (B) – 24 ottobre 2021

Prima lettura: Il Signore ha salvato il suo popolo (Ger 31,7). Seconda lettura: Tu sei sacerdote per sempre (Eb 5,1). Terza lettura: Coraggio, alzati, il Maestro ti chiama! (Mc 10,46).

Prima lettura (Ger 31,7)

1) Geremia (in ebraico וּהָיְ מְ רִ י che significa Il Signore innalzerà) vive a cavallo tra il settimo e il sesto secolo a.C., in un periodo molto critico e operò durante il regno degli ultimi re di Giuda. Geremia minaccia il popolo se adorerà altri dei. Queste profezie attirano sul profeta odio e disprezzo, fino al progetto di ucciderlo. Uomo solitario a causa del suo messaggio impopolare (15,17), desiderava sposarsi con Giuditta, ma Dio stesso gli proibisce di sposarsi (16,2). Si trova anche in contrapposizione con le autorità del paese; viene considerato un disfattista, perché annuncia la prossima invasione dei Babilonesi (37,3). In pratica nessuno lo ascolta; i giudei preferiscono ascoltare falsi profeti che promettono un futuro di pace e prosperità. Ma Nabucodonosor II, nel 597 a.C. e nel 586 a.C. conquista Gerusalemme, e ordina la distruzione del Tempio. L’ultimo re di Giuda, Sedecìa, dovette assistere all’uccisione dei suoi figli e poi accecato. Da ultimo, il profeta fu catturato dai suoi denigratori e portato in Egitto dove morì, lapidato dai suoi connazionali, esasperati dai suoi rimproveri. Nel dizionario, alla voce geremiade troviamo discorso lungo e lamentoso. Geremia è il profeta celebre per i suoi annunci di sventura. Eppure ci fu un periodo della sua vita in cui fu ottimista. Accadde quando il buon re Giosia diede inizio a una profonda riforma religiosa. Questi oracoli positivi sono riuniti in quattro capitoli che formano il Libro della consolazione (cc. 30-33). La lettura di oggi è tratta da questa sezione. Il profeta vede ciechi, zoppi, donne incinte e donne partorienti che ritornano dall’esilio a Gerusalemme. Una comitiva davvero singolare; nessuno scommetterebbe sulla riuscita del viaggio con gente simile! Eppure proprio da questo “resto” Dio fa ripartire la storia d’Israele.

Dal Vangelo (Mc 10,46)

2) A conclusione del trittico sulle grandi tentazioni degli uomini – il ripudio della moglie, l’abuso della ricchezza, il potere gestito come violenza – l’evangelista Marco ci presenta oggi il racconto della guarigione del cieco Bartimèo, simbolo di quei ciechi che siamo noi, che ci ostiniamo a non vedere, anzi, che crediamo di vedere fin troppo bene. E invece viviamo tutti in una penombra ambrata che sfuma i colori e i profili, che lascia tanti angoli oscuri, dove noi farnetichiamo costruendoci idoli. Interessante anche notare come nel Vangelo ritorna due volte, all’inizio e alla fine, la parola “strada”: l’incontro con Gesù ci restituisce autonomia, dignità, capacità. Tra le tante strade che il cieco potrebbe percorrere, ne sceglie una: seguire Gesù. Di per sé l’invito di Gesù era generico: “Va’”, ma il cieco guarito sceglie la parte migliore: la sequela di Gesù.

La guarigione di Bartimeo potrebbe essere anche la nostra!

3) Con questo brano si chiude la parte centrale del Vangelo di Marco, nella quale Gesù ha chiarito qual è la meta del suo viaggio, ha esposto le note del vero discepolo. Gesù è giunto a Gerico, la città più antica del mondo, e si sta avvicinando a Gerusalemme, meta ultima della sua vita terrena. Sta attraversando la strada centrale tra il verde lussureggiante dell’oasi posta a 300 metri sotto il livello del mare, nella depressione del fiume Giordano. Secondo Luca, su uno di quegli alberi, un sicomoro, un giorno Gesù aveva notato un uomo piccolo ma ricco, arrampicato lassù, per poterlo vedere: era Zaccheo, l’esattore delle tasse. Oggi invece è un cieco, il cui cognome è Bartimeo, che in aramaico significa figlio di Timeo, uno dei tantissimi ciechi di Palestina, dove la cecità è una malattia endemica. Questo nome risuona oggi più conosciuto di tanti altri nomi più illustri, registrato anche nella Treccani! Con il nostro evidenziatore, proviamo a sottolineare qualche espressione di quest’episodio:

Lo sgridavano per farlo tacere!

La folla lo ostacola, come dire che il nostro grido è ignorato dagli altri, ma Gesù prende l’iniziativa, ci ascolta, ci chiama, ci salva. “Poveri noi se egli non passasse e non ci chiamasse” (S. Kierkegaard). Il nostro grido di salvezza può incontrare delle barriere, anche in ambito religioso! Nella nostra religione anche il grido dev’essere ritualizzato; il grido fuori programma non viene tollerato; il grido vero, quello della strada, non entra nelle liturgie.

Chiamatelo!

Ecco il momento dell’incontro personale con Gesù. I discepoli dicono al cieco di alzarsi e di andare da Gesù. Ecco, i ministri fanno finalmente quello a cui sono chiamati: condurre a Gesù, non sostituirsi a lui. Anche questo è un tema molto impegnativo. L’istituzione, a volte, si mette al posto di Gesù, dicendo “Venite a me” e non “Andate da Lui”, come se la chiesa fosse il luogo sufficiente ed unico della salvezza, mentre invece è solo uno strumento, un’indicazione, una strada. Lumen gentium, cum sit Christus: così recita la Costituzione conciliare sulla chiesa. Se non mettiamo al centro Gesù e il suo Vangelo, le nostre unità resteranno sempre fragili, le nostre comunioni si trasformeranno in scomuniche.

Che io veda!

Questo cieco che grida diventa un monito per noi tutti: siamo invitati a gemere tendendo le mani verso il Liberatore” (Pascal). Il peggio che possa capitare è che un cieco si innamori della sua cecità, anzi, che la teorizzi come situazione normale! Siamo ciechi, e troppe luci ci hanno ingannato. La sua preghiera è elementare: “Che io veda!”, ma la sua fede non è assente, come dimostra quel grido messianico: “Figlio di Davide”.

La tua fede ti ha salvato!

Gesù raccoglie quel grido; Bartimeo riceve molto di più, perché essere salvato è molto di più che essere guarito: alla visione degli occhi si aggiunge la visione della fede.

Egli buttò via il mantello

Il valore simbolico di questo buttare il mantello è evidente: vuol dire liberarsi da tutta la zavorra che soffoca la vita. La fede è liberazione, è passaggio dalla cecità alla luce. Questo processo di liberazione non è mai finito; avremo sempre mantelli da buttare, catene da sciogliere, pregiudizi da abbandonare!

Balzò in piedi e prese a seguirlo

Il verbo “seguire” (ἀκολουθέω/akoluthèo) è il verbo tecnico per indicare il discepolo che segue il Maestro. Bartimeo non è solo un cieco guarito, ma è anche un nuovo discepolo di Gesù, un miracolato ma anche un illuminato.

La cecità fa parte della condizione umana!

4)L’immagine della cecità è molto usata in poesia, in teologia, in filosofia: l’uomo è un cieco, proprio come Polifemo; anche la Bibbia descrive l’uomo “seduto nelle tenebre e nell’ombra di morte”. Qualcuno obietta che tale cecità è dovuta all’ignoranza. Si crede che la terra, quando sarà interamente illuminata dalla ragione, dalla tecnica, dal computer … non vedrà più il dolore, l’ingiustizia, la morte … perché scienza e tecnica risolveranno ogni problema umano. Secondo questi messaggeri di un nuovo Vangelo, la salvezza viene all’uomo dalla Ragione maggiorata, dalla “Dea Ragione”. In realtà la cecità fa parte della condizione umana: non è un accidente casuale, ma una necessità causale. Si racconta che J. Stalin, in un momento di sincerità, abbia esclamato: “Alla fine c’è sempre la morte!”. La domanda del “come” esistere può essere affidata alla scienza, ma l’altra domanda del “perché” esistere trova una risposta esauriente solo in Dio: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è sempre inquieto finché non riposa in te”. A tutti, buona vita!

  השּׁרשים הקּדשים Le Sante Radici

Per contatti: francescogaleone@libero.it

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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