IL VERO CULTO A DIO È UNA VITA BUONA!

7 marzo 2021/Terza Domenica di Quaresima (Anno B/TO)

IL VERO CULTO A DIO È UNA VITA BUONA!

Prima lettura: La legge fu data per mezzo di Mosè (Es 20,1). Seconda lettura: Noi predichiamo Cristo crocifisso (1Cor 1,22). Terza lettura: Gesù scacciò tutti fuori del tempio (Gv 2,13).

1) Quello che a Gerusalemme chiamano il “Muro del pianto” (detto

anche “Muro occidentale”) è quanto rimane del grandioso tempio

che Gesù vedeva quando saliva a Gerusalemme. Il tempio era il luogo più caro agli ebrei: imponente e splendido, segno della grandezza e della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. In questo tempio però si consumano due scandali: il primo è che gli uomini hanno deturpato la casa di Dio con i loro commerci e il loro sterile ritualismo; il secondo scandalo è che gli ebrei non hanno riconosciuto l’autorità di Gesù. Cacciare i mercanti significa manifestare autorità su quanto c’era di

più sacro per un ebreo. Se Gesù avesse detto parole ragionevoli e prudenti, sarebbe stato seguito; invece, come dirà Paolo, tutto è follia e scandalo. Solo i poveri e i semplici possono comprenderlo.

Le dieci parole ( עשׂרת הדּיבּרות)

2) Le dieci parole sono riportate nella Bibbia in due versioni: Es 20,1; Dt 5,6 e sono introdotte dalla stessa formula: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. È la chiave per comprendere tutto il testo. Il decalogo non è un giogo duro

ma dieci parole di un padre che ha a cuore la vita dei figli. Nessun codice dell’antico Medio Oriente ha un’introduzione simile a quella del decalogo. Il più celebre, quello di Hammurabi, è preceduto da un lungo prologo in cui il grande sovrano prima si presenta come “il principe zelante” incaricato di governare con giustizia, poi dà disposizioni, frutto della sua personale saggezza. Nessun re in

Israele si è mai arrogato il diritto di promulgare un codice: il cammino della vita poteva essere indicato solo da Dio.

3) Inoltre, nei codici antichi, i precetti erano enunciati con una formula generica: “Se un tale farà la tale cosa … subirà la seguente pena …”. Non così nel decalogo: le parole sono rivolte direttamente a ognuno. La legge di Dio e i dieci comandamenti possono apparire a molti una

noiosa lista di divieti e provocare un senso di rifiuto. Quando si parla di rinuncia, sacrificio, obbedienza … si nota sul volto dei fedeli un senso di stupore, ironia … Quest’esperienza l’ha fatta anche Paolo, a Cesarea. Il procuratore romano Felice aveva ascoltato con attenzione Paolo, ma, quando cominciò “a parlare di giustizia, continenza, giudizio futuro”, lo interruppe: “Puoi andare! Ti farò chiamare di nuovo quando ne avrò il tempo!” (At 24,25). È un errore esporre gli obblighi morali prima di aver chiarito che Dio ci ama, non è un concorrente, non è un rivale. Nella mia vita ho incontrato qualche giovane disordinato e libertino, ma, innamoratosi di una ragazza, è cambiato radicalmente. Davvero: ama et fac quod vis!”.

4) Leggi di Dio o Dieci comandamenti sono espressioni infelici ed errate. Meglio sarebbe chiamarli leggi di natura, leggi di buon funzionamento della vita”. Come ogni macchina ha delle leggi per funzionare bene, così anche la vita ha delle leggi che, rispettate, producono benessere. È chiaro che, in ultima analisi, l’autore di tutto è Dio, ma in questo modo l’uomo viene ad assumersi le sue responsabilità. Colpevole non è Dio, ma l’uomo che non osserva le norme d’uso! Il termine preciso

non è “i comandamenti: המצוות ma “le parole: הדברים (Es 20,1). Cosa significa? Che non si tratta di norme giuridiche, imposte da un despota; non vi è allegata nessuna sanzione ma la promessa di un bene. Nessuna minaccia: chi non ascolta il Signore non deve temere castighi infernali, ma è chiamato a rendersi conto che oggi egli sta rovinando la vita propria e quella degli altri.

5) Il decalogo ha avuto grande importanza nella vita religiosa d’Israele. Costituiva la sintesi di tutta la Toràh, era letto solennemente durante la festa della capanne (sukkòt); anche oggi viene recitato due volte al giorno, al mattino e alla sera e viene proclamato nella festa del bar mitzvàh. Tanta importanza nell’ebraismo contrasta con il cristianesimo: nel Nuovo Testamento non è mai esplicitamente citato e non ha un posto specifico nella predicazione di Gesù e nella chiesa primitiva. Solo Marco riferisce che Gesù lo ha citato e in modo incompleto (Mc 10,19). Gesù ha riassunto tutta la Toràh non nel decalogo, in dieci parole, ma in due: “Ama Dio e ama il prossimo” (Mt 22,34), poi in una soltanto: “Ama il fratello” (Gv 13,34). In tutto il resto del Nuovo Testamento si parla sempre di un solo comandamento (Rm 13,8).

La pulizia pasquale, ma anche la revisione della vita

6) Fa parte delle usanze religiose la tradizione della “pulizia pasquale”: si sente il bisogno di rimettere ordine nelle nostre case, di prepararsi a ricevere la primavera, la Pasqua. La “pulizia pasquale” è, in qualche modo, il residuo di quella “revisione di vita” alla quale la chiesa ci sollecita durante il tempo di quaresima. Il gesto con il quale Gesù “fa pulizia” nel tempio, poco prima di Pasqua, è un appello a tutta la chiesa per verificare a che punto è la sua riforma, e a noi per fare

ordine nel nostro piccolo tempio, ove non mancano mai buoi e cambiavalute, i simboli di una vita tutta presa dai dèmoni del denaro e del successo. Cacciare buoi e cambiavalute dalla nostra coscienza, significa liberarci da tutta quella zavorra che sfigura l’immagine di Dio. Interrompere i nostri mercati, ritornare ad essere uomini di preghiera, però, non è facile, e per questo Gesù ha dovuto usare la frusta. Una specie di ottavo sacramento!

La frusta: un ottavo sacramento!

7) Un anno, un mio amico, laico e onesto, dopo avere ascoltato questo vangelo di Giovanni, mi disse con affettuosa ironia: “Don Franco, voglio vedere come voi preti commentate quest’episodio che vi riguarda tutti da vicino!”. Ha ragione quel mio amico, ma la verità è molto più complicata e coinvolge tutti, preti e laici. È vero anzitutto che i peggiori nemici del cristianesimo vanno individuati non fuori ma dentro i sacri recinti. Il vero pericolo per la chiesa non viene dai nemici

esterni, che anzi la possono rendere vigilante; e poi, contro i nemici della fede c’è la promessa di Dio che “non praevalebunt”, e il sangue dei martiri è un seme che moltiplica i credenti. Ma la chiesa è impotente contro i nemici interni; contro questi è necessaria la frusta! Oggi la chiesa sta rivalutando sempre più questo “ottavo sacramento”; il ritorno ad una chiesa povera non è più opera di pochi temerari, ma viene incoraggiato da tutto il magistero dell’ultimo concilio. Abbiamo

compreso, dopo venti secoli:

▪ che abbiamo “ammucchiato troppe cose intorno a Cristo, nella sua casa, sui suoi altari, persino sulla sua parola, credendo di fargli onore” (P. Mazzolari);

▪ che tante forme di prestigio, di precedenze, di titoli, di lustrini, di paludamenti, di patacche … hanno semplicemente allontanato i fedeli da Dio ((Y. Congar);

▪ che il manto regale messo addosso agli uomini di chiesa e tante altre acconciature non hanno alcun valore religioso: sono infiltrazioni mondane sacralizzate lungo i secoli (T. Gauthier).

9) Va anche aggiunto, per completezza, che questo racconto di Giovanni interessa però anche i laici tutti. La povertà riguarda tutti, perché alcuni fedeli vanno in chiesa solo per comperarsi un pezzo di paradiso a buon mercato con una messa la domenica e relativa elemosina. Ancora, poichè naturalmente niente è gratis, paghiamo il disturbo con una candela accesa, un ex voto, un pellegrinaggio, un’offerta … Una mentalità che merita solo frustate! Cosa avviene dopo le frustate di Gesù ai mercanti? L’evangelista Matteo dice che nel tempio rientrarono “ciechi e zoppi e Gesù li guarì” (Mt 21,14). Un particolare molto importante: il tempio è profanato dai mercanti ed è riconsacrato dai poveri; quando il tempio ha cessato di essere un sacro mercato, i poveri vi entrano come in casa propria! Buona Vita!

A cura del gruppo biblico השׁרשים הקדשים Le Sante Radici

Per contatti: francescogaleone@libero.it

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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