“LA GENTE CHI DICE CHE IO SIA?”

23 AGOSTO 2020 – XXI DOMENICA T. O.

gruppo biblico ebraico-cristiano השרשים  הקדושים

francescogaleone@libero.it

Prima lettura: Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide (Is 22,19). Seconda lettura: Da Lui, grazie a Lui e per Lui sono tutte le cose (Rm 11,33). Terza lettura: Pietro, a te darò le chiavi del Regno dei cieli (Mt 16,13).

1) Questo brano è di grande importanza; esso segna nel Vangelo di Matteo una svolta decisiva. In questo dittico, sono ben visibili due scene: a) la confessione di Pietro, porta-parola dei Dodici, sulla messianicità di Gesù (v.16); b) la promessa del primato che Gesù fa a Pietro (v.17). Cronologicamente le due cose non sembrano coincidere, ma il motivo per cui Matteo ha unito le due parti è da ricercarsi nella sua teologia: la rottura con Israele è ormai definitiva, Israele non è più la pianta di Dio, il discepolo deve abbandonare Israele. Ma un popolo, senza un capo, non ha futuro, e Gesù, dopo la sua ascensione, dona a Pietro le chiavi del Regno. Un “primato” non di onore o di potenza, ma di servizio e di carità!

Prima lettura

2) Il fatto cui fa riferimento questa profezia è noto. Ezechia (VIII sec. a.C.) era un re buono ma anche ingenuo: si era scelto come maggiordomo Sebna, un corrotto che usava il denaro pubblico per fini personali. Una malattia di sempre! Fu destituito e al suo posto fu messo Eliakìm, figlio di Chelkia. Il profeta Isaia approvò questa scelta, perché Eliakìm era onesto ed abile. L’episodio c’interessa per le informazioni che ci dà su come veniva incaricato il nuovo maggiordomo: il re strappava il mantello e la cintura al maggiordomo indegno e li consegnava al nuovo incaricato; questi veniva rivestito della tunica del predecessore, era avvolto con la sciarpa, decorato con le sue insegne e infine riceveva le chiavi del palazzo (Is 22,20-22). Sembra che il profeta Isaia preveda per Eliakim una brillante carriera; ma nei vv. seguenti (24-25 non riportati nella lettura) si macchierà anche lui di nepotismo: approfittando della sua posizione egli favorirà parenti ed amici. Povero Eliakim, uomo buono rovinato dal potere! E la storia si ripete anche oggi!

Seconda lettura

3) Il brano della lettera di Paolo ai romani ci indica cosa è la fede, quella vera. C’è una fede “razionale” ed una fede “cristiana”. Proviamo ad approfondire questa distinzione. Ci può essere una certezza della presenza di Dio nella storia e nella natura, presenza intesa come provvidenza che dà significato razionale e giustificazione teologica a tutte le vicende della vita. I filosofi e i teologi si sono sforzati anche di dare un fondamento razionale e biblico a questa concezione; a noi non restava che ammirare la divina provvidenza, che tutto dispone per il meglio, “il meglio possibile” secondo Leibniz. Da questa visione provvidenzialistica, finalistica, ottimistica, è derivata la convinzione diffusa secondo cui tutto quello che avviene è voluto da Dio. Non si muove foglia che Dio non voglia!

Dio in cerca dell’uomo

4) La fede “cristiana” è di segnale opposto: essa non sorge a partire dai

ragionamenti e dalle esigenze dell’uomo. Se le altre religioni sono “ascensive”, e rappresentano la faticosa conquista dell’uomo, sui tralicci della sua dialettica, la religione cristiana è “discensiva”, nel senso che l’iniziativa parte da Dio, che decide di rivelarsi. Nella storia umana, ad un certo punto, si nota una inversione radicale; nella ricerca scientifica, è l’uomo che pone domande e interroga; nella rivelazione biblica, invece, l’uomo viene interrogato; la scienza inizia con un interrogativo posto dall’uomo alla natura; la religione inizia con un interrogativo posto da Dio all’uomo: “Adamo, dove sei? … Caino, cosa hai fatto?”. La Bibbia non è la storia del popolo ebraico che cerca Dio, ma la storia di Dio che cerca l’uomo. Dio in cerca dell’uomo (J. Heschel). Le altre religioni presentano l’uomo che ha bisogno di Dio. L’ebraismo e il cristianesimo raccontano Dio che ha bisogno dell’uomo. Il bisogno che noi sentiamo di Dio è solo l’eco del bisogno che Dio ha dell’uomo.

Terza lettura

5) Siamo al famoso testo del “primato di Pietro”. A Cesarea di Filippo, Gesù fonda il suo “impero”. Oggi Cesarea di Filippo non esiste più; la località dove essa sorgeva, presso le sorgenti del fiume Giordano, è ora chiamata Banyas, un nome che richiama Pan, il dio delle acque, dei boschi, della fertilità. Questi otto versetti, dal 13 al 20, sono stati tra i più studiati di tutta la scrittura. Alcuni, del primato di Pietro non vogliono sentir parlare, sospettano una interpolazione della curia romana. Altri, su quel primato, hanno costruito edifici molto temporali, teocrazie molto presuntuose. Che disturbi o meno, due verità sono innegabili: a) Gesù vuole fondare una “comunità” (che diventerà “chiesa” con Paolo!), una comunità tutta sua, con precise mansioni e con poteri, non solo spirituali ma anche disciplinari; b) Gesù ne affida la direzione a Pietro, elevandolo al di sopra degli altri. La chiesa, realtà umana e divina, fisica e metafisica, presenta luci ed ombre: le luci sono per grazia di Dio, le ombre sono per colpa nostra. Casta moeretrix, sancta sed semper sanctificanda! Napoleone voleva distruggere la chiesa, e Pio VII lo dissuase così: “Non ci sono riusciti neppure i preti!”. Alcuni anni fa è circolato un libro, Via col vento in Vaticano, che descrive gli intrallazzi, gli arrivismi, la corruzione in Vaticano. Tutto vero, ma resta sempre la promessa di Gesù: Non praevalebunt. La chiesa è costruita sulla roccia, che è Cristo.

Voi, chi dite che io sia?

6) Perché Gesù domandò agli apostoli cosa diceva la gente di Lui? Perché chiese anche agli apostoli il loro parere? Egli sapeva di certo quello che la gente e i discepoli pensavano di lui. È vero, Gesù sapeva tutto ciò e anche altro, ma quando si ama si vuole che si mostri l’affetto che sentiamo. Parafrasando il titolo di un vecchio film, possiamo dire che “Dio ha bisogno di noi”, del nostro amore, del nostro aiuto. Quella domanda, attraverso i secoli, giunge fino a noi, e noi dobbiamo rispondere, non con una risposta presa dal catechismo della nostra infanzia, perché è immorale, è pericoloso avere una fede “per delega”. Anche se oggi molti parlano di silenzio di Dio, di eclissi del sacro, la domanda ci interpella, ci inquieta. Ogni generazione ha dato la sua risposta: i giovani hanno visto Gesù come un hippy, gli oppressi come un rivoluzionario o un guerrigliero. Per i suoi contemporanei, Gesù era almeno un grande maestro. Per tanti nostri ragazzi, Gesù è una specie di ufo, un superman con poteri eccezionali. Per tanti adulti di oggi, Gesù è un personaggio onnipotente, capriccioso, inutile, insignificante… In ogni caso, il mondo, soprattutto il nostro Occidente, ne è tanto segnato che non si può più prescindere da Cristo. Questo spiega perché si possa e si debba insegnare la religione cattolica nelle scuole. Anche quel laico di B. Croce, che cristiano non era, ha scritto che “non possiamo non sentirci e non dirci cristiani”.

Tu sei il Cristo

7) Non si scoraggia davvero Pietro. Prima aveva osato camminare sull’acqua, ma per la “poca fede” aveva rischiato di annegare. Poco dopo, affronta acque ben più profonde: quelle del mistero di Dio. E questa volta, con successo: “Beato te!”. Lo meritava davvero quell’elogio il povero Pietro! L’interrogativo di Gesù “Chi sono io per la gente? Chi sono io per voi?” era tale da far naufragare tanti teologi istruiti e tanti cristiani specialisti. Avremmo noi saputo rispondere meglio di Pietro? Pietro comincia: “Tu se il Cristo”. Siamo sempre tentati di arrivare subito alla parola che ci sembra più importante: “Cristo”. E invece è necessario fermarsi sul pronome personale “Tu”. Quel“Tu” significa che la religione cristiana mi mette in contatto con un Dio personale, che posso dare del “Tu” a Dio. “Tu” vuol dire che Dio si è presentato a noi, che Dio intreccia rapporti personali, ieri con Abramo, Isacco, Giacobbe, e oggi con Franco, Grazia, Antonio, Maria… “Tu” significa anche che Dio rischia la libertà dell’accoglienza e del rifiuto. Il “Tu” di Dio ci invita alla sua stessa vita, ci unisce a Lui, e diventiamo un “Noi”.

8) Come è ben noto, questo testo del Vangelo di Matteo (Mt 16, 18-19), è stato (e continua ad essere) motivo di analisi e di discussioni tra gli specialisti: a) è strano che parole così importanti non appaiano negli altri vangeli che riportano lo stesso passo (Mc 8, 27-30; Lc 9, 18-21); b) la parola greca pétros non esisteva come nome prima del cristianesimo (U. Luz); c) la parola ekklesía = assemblea si è iniziata ad usare tra i cristiani dopo la risurrezione. Di fatto questo testo durante il Medioevo è stato utilizzato come Vangelo delle messe per l’ordinazione episcopale (Y. Congar). Questo vuole dire che in quasi tutto il primo millennio

la chiesa ha ritenuto che queste parole di Gesù (se è stato lui a pronunciarle!) si riferivano a tutti gli apostoli, dato che Gesù ha fatto la domanda ai Dodici.

Pietro è stato il portavoce dei Dodici.

9) Questo Vangelo ci ricorda due cose: 1) La chiesa fin dai suoi primi tempi è cosciente del fatto che è «apostolica», cioè procede dalla fede a noi trasmessa dagli apostoli. E in questo senso è «gerarchica», in quanto l’episcopato proviene dall’«apostolato». 2) Nel Nuovo Testamento emerge la figura di Pietro. Si è preso quest’argomento per accettare il ruolo speciale del vescovo di Roma nel governo della chiesa. Ma quello che non ha alcun fondamento nel Nuovo Testamento è l’attuale organizzazione e gestione del papato. Il governo della chiesa si deve organizzare e gestire in maniera diversa da come lo si sta facendo a partire dal III secolo e si continua a fare attualmente. In ogni modo, nel sec. V papa Gelasio

distingueva tra autorità e potestà. L’«autorità» riguardava i pontefici, la «potestà» era propria degli imperatori (Y. Congar, cf. Thiel, Epist. Rom. Pont., 350-351). Secoli più tardi, a partire da Gregorio VII (sec. XI), il papa si appropria del concetto e dell’esercizio della potestà. Nel senso di una monarchia totale (nihil ab eius potestate substraxit = “nulla sfugge alla sua potestà”) (Reg. IV,2; Thiel, 445 e 562). È evidente che Gesù non ha potuto pensare ed ancor meno concedere una simile potestà. La «potestà piena, universale ed immediata», della quale parlano i Concili Vaticano I e II (LG 22), si dovrebbe chiarire e precisare. Per il bene della chiesa intera ed a garanzia dell’autorità e della credibilità del papato. Buona Vita!

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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