LA PASSIONE: LA COALIZIONE DELLE FORZE DEL MALE!

5 aprile 2020  –  Domenica delle palme (A)

LA PASSIONE: LA COALIZIONE DELLE FORZE DEL MALE!

gruppo biblico ebraico-cristiano השרשים  הקדושים

francescogaleone@libero.it                                                            

Entriamo nella Grande Settimana!

Arriva il tempo del silenzio, in progressione, fino al grande vuoto del Sabato Santo, quando l’altare resta spoglio, le campane mute, senza messa né comunione né alleluia. Sembra il trionfo del male! Siamo tutti disorientati da ciò che ci succede intorno. Ci faranno bene il silenzio e la preghiera. Il silenzio, amico dell’anima, per non perderci nel frastuono, in attesa della gioia. Il silenzio vero: non quello guardingo, quello consigliato dal proverbio “Bocca chiusa, occhi aperti”; non il silenzio della colpa, quello di Giuda durante l’ultima cena; ma il silenzio di Maria, ai piedi della croce. “Stabat”: senza perdere la fede nel Dio che atterra e suscita, che affanna e consola, che può anche toglierci una gioia, ma in cambio di una più grande e più duratura. Ha scritto Bonhoeffer, il pastore protestante, morto impiccato nel lager nazista di Flossenbürg, per avere partecipato alla congiura di Canaris contro Hitler: “Le mani di Dio sono ora mani di grazia, ora di dolore, ma sempre di amore”.                                                                                         A motivo del coronavirus non potremo partecipare alle funzioni liturgiche della Settimana Santa, che riassume una straordinaria storia di sofferenza e di amore, di agonia e di gloria. Il testo fondamentale di questa storia è il racconto della Passione. “Tutto il Vangelo non è altro che la narrazione della Passione, con una estesa introduzione” (M. Kahler). Il Vangelo non va letto come un libro ordinario di storia; non basta credere che quanto vi è narrato sia realmente accaduto; di una tale fede è degno qualunque libro serio di storia; occorre leggere il Vangelo con fede, cioè credere che quanto vi è contenuto avviene anche ora. Il Vangelo ci smaschera: chi siamo, cosa facciamo, da che parte stiamo! Erode? Pilato? Cireneo? Pietro? Giuda? Maddalena? … Cristo, oggi come 2000 anni fa, qui, come a Gerusalemme, passa tra l’indifferenza di molti e l’affetto di pochi. “Cristo è sempre in agonia”, ha scritto Pascal. Il Vangelo descrive come Dio “tratta” l’uomo e come l’uomo “maltratta” Dio! Se sentiremo bussare alla porta                                                              del cuore, se proveremo la nostalgia dell’innocenza, il bisogno di perdonare, la voglia di sorridere al nemico … allora è Cristo. Apriamogli la porta! Allora sarà Pasqua! Che il Signore ci trovi vigilanti! Programmiamo attività ed orari in modo da partecipare alle funzioni della Settimana Santa, non come turisti o spettatori, ma come protagonisti e credenti. Le cerimonie sono suggestive per gli insegnamenti teologici, per la drammaticità di situazioni, per il lussureggiante simbolismo. E’ possibile essere toccati nel profondo da questa Sacra Tragedia.

Siamo invitati a seguire il Signore dal suo ingresso festoso a Gerusalemme fino al Calvario, dove tutto muore e dove tutto risorge, e per sempre. Giovedì santo: Gesù lava i piedi, dona l’Eucaristia, celebra la prima messa. Venerdì santo: la croce, non quella lavorata in oro o cesellata con brillanti, ma quella del Crocifisso, dalla cui morte è venuta a noi la vita. Sabato santo: la veglia pasquale, la notte più sacra, la madre delle vigilie. Con le lampade accese, l’alleluia nel cuore, andiamo incontro al Risorto!

La parodia del potere umano!

L’entrata di Gesù a Gerusalemme è stata una “parodia del potere” (Warren Carter). Queste “entrate processionali” dei vincitori (B. Kinman) sono comuni alla cultura ebraica e greco-romana: l’apparizione del generale con le sue truppe ed i prigionieri (Mt 21,1-7); l’entrata del corteo nella città (Mt 21,8-10); la celebrazione del vincitore da parte delle folle (Mt 21,8-9); l’acclamazione con inni (Mt 21,21,9). Nel racconto evangelico non ci sono discorsi di elogio al vincitore. Ma si sottolinea l’atto finale, che consisteva in un atto religioso nel Tempio (Mt 21,12-17), che – come sappiamo – Gesù ha trasformato in un atto violento, con l’espulsione dei mercanti. L’entrata di Gesù nella capitale imita la condotta imperiale, ma la finalità è la parodia, la contrapposizione di due imperi opposti e contraddittori. Gesù “protesta contro lo spirito che animava i trionfi romani, per mostrare un altro modo di esprimere il significato del destino umano” (V. Hooft). Gesù non gode nell’atto inumano di dominare qualcuno e, ancor meno, di umiliarlo. Al contrario, esalta la semplicità, l’umanità, la bontà, la vicinanza ai poveri. Merita attenzione il fatto che Gesù abbia utilizzato un asino per la sua “entrata trionfale”. Quest’animale aveva un significato ambivalente. Ha portato in groppa Salomone (1Re 1,33-48). Ma era anche un segno di burla e di riso per i pagani, che commentavano con sarcasmo che gli ebrei adorassero la testa di un asino nel tempio (G. Flavio, Contra Apionem, 2,80-88). In definitiva, l’entrata di Gesù a Gerusalemme su un umile asino e circondato da persone umili ci insegna che la nostra vita va vissuta nella semplicità e nel rifiuto di ogni libido dominandi. Perché solo la bontà è degna di fede.

La passione di Gesù … la passione dell’uomo!

Quando rileggo il lungo racconto della Passione, mi ritrovo nella Chiesa della mia infanzia, ove mi pare di riascoltare la lettura del Passio a varie voci (Cristo, il cronista, la folla). Qualche volta io stesso ho partecipato a quella lettura, terribile e stupenda! Se mai ho scritto qualcosa di bello, il meglio l’ho imparato da quelle pagine di tradimento e di sangue: Dio sentito come partecipe della nostra volgare nobiltà, l’intreccio di storia sacra e profana, la bieca ferocia redenta dal perdono, quel Gesù davvero unico nella sua solitudine maestosa, il tradimento dell’amico Giuda, la debolezza diplomatica di Pilato, il pianto meraviglioso di Pietro, lo “stabat Mater dolorosa” … Non finiremo mai di ringraziare Dio per il dono del Passio, un poema epico ed elegiaco, tutto cielo e tutto fango. Quando ascoltiamo il Passio, colpisce subito la fragilità e volubilità dell’uomo. Nella domenica delle Palme, quante mani della folla in festa stendevano “i mantelli sulla strada”, quante mani “agitavano rami di albero”! Pochi giorni dopo, le mani degli amici non applaudivano più il Signore, anzi, quelle stesse mani ora inchiodavano sulla croce le mani del Benefattore. Che potere immenso hanno le mani dell’uomo: trasfigurare o sfigurare, benedire o maledire!

Molte spine per formare una corona

La domenica di Passione ci ricorda che la nostra fede è immersa nelle contraddizioni della storia. Di anno in anno, scopriamo sempre più che il mondo è costruito secondo la legge della violenza. Non sono solo i macro-fatti della cronaca che ci spaventano; sono anche le micro-esperienze quotidiane a rivelare questa polimorfa violenza. La Passione di Cristo è veramente lo svelamento della violenza che coinvolge, in una medesima complicità, i potenti e le vittime, gli aguzzini e la folla feroce. La violenza è totale, Gesù è solo! Nessuno si illuda! Anche stare fermi o fuggire è sinonimo di complicità. Non si esce da questo mondo. Occorrono molti colpi di martello per configgere un chiodo; occorrono molti colpi di frusta per piagare una spalla; occorrono molte spine per formare una corona. E l’uomo fa parte di questa umanità che condanna l’Uomo. Non ha importanza che tu sia di quelli che colpiscono o di quelli che guardano. L’arroganza dei pochi poggia sulla indifferenza dei molti!

La passione come coalizione delle forze del male

Quando leggiamo il racconto della “Passione secondo Matteo”, siamo subito colpiti da questo: tra Gesù che entra volontariamente nel dolore e nella morte, e tutti gli altri protagonisti della sacra tragedia c’è come una parete: il sonno degli apostoli, il silenzio di Gesù davanti a Pilato e a Caifa, la cinica avarizia di Giuda, il tradimento di Pietro. Gesù è solo: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Egli è solo, non perché sia stato un egoista che disprezza i legami con la natura o i vincoli dell’amicizia. È l’amore per l’uomo che lo spinge nella solitudine. Ogni vero amore conosce la lama della solitudine; chi più ama avverte la falsità delle verità costituite. Sulla passione di Gesù incombe la coalizione suprema dei poteri: Caifa, Pilato, Erode, la folla … Questi poteri sono sconfitti da Gesù con l’amore, non con la forza: “Metti la spada nel fodero”. Egli ha creduto all’amore, a questo potere senza peso specifico, e noi siamo chiamati a confrontarci con questa scelta di Gesù. La croce è anche il momento supremo in cui si annullano le facili risposte: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso! Scenda dalla croce e gli crederemo!”. Sono le prove che chiede la teologia razionale. Ma non viene nessuna risposta da Gesù. La sua impotenza è totale.

Davvero ogni riflessione deve partire dalla croce e deve concludersi nella risurrezione. Meditare la passione non significa fare un pio esercizio, ma entrare nella verità dell’uomo e di Dio. Ogni altro pensiero sarà grande, ma sarà sempre fuori di Dio: “I vostri pensieri non sono i miei pensieri”.  Maria, salus populi, ci protegga da ogni male! Buona vita a tutti!

In questi giorni di … passione, possiamo ritrovare un po’ di speranza leggendo questi celebri quattro canti del profeta Isaia, i canti del Servo di YHWH:

Con Servo sofferente di YHWH  si intende una figura letteraria descritta nei quattro canti del Libro di Isaia (42,1-449,1-650,4-952,13-53,12) e datata al periodo dell’esilio babilonese (c.a 550-539 a.e.v.). Per la tradizione ebraica si tratta del popolo di Israele. Per la tradizione cristiana invece si tratta di Gesù, il giusto sofferente.

Primo canto                                                                                                                                                                                      Nel primo canto è Dio a presentare il suo servo ed eletto. Il suo operato deve portare il diritto a tutto il mondo ma agendo in maniera umile e preoccupandosi degli ultimi.

« 1 Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.

2 Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità.

3 Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento  » (42,1-4).

 

Secondo canto

Nel secondo canto è il servo che si presenta e descrive la sua chiamata, affine a quella dei profeti Isaia e Geremia. La sua missione viene descritta come rivolta a tutti i popoli, non solo Israele.

« 1 Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.

2 Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra.

3 Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria».

4 Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio».

5 Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra » (49,1-6).

 

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *