PUBBLICHIAMO L’OTTAVA PUNTATA DEL LAVORO DI VITTORIO RUSSO “EQUATORE”

VITTORIO RUSSO FOTO

OTTAVA PUNTATA

Amico mio,

Parto, come ti ho accennato, per la crociera letteraria nel corso della quale presenterò TRANSIBERIANA a bordo della Nave dei Libri. Poi anche a Barcellona, all’Istituto Italiano di Cultura il 23 aprile, Giornata Mondiale del Libro. Questo i link dove troverai altre notizie:

 

http://www.leggeretutti.net/site/una-nave-di-libri-per-barcellona-2018-programma-di-massima/

 

https://www.facebook.com/unanavedilibri/

 

http://www.agoramagazine.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=24717:una-nave-di-libri-per-barcellona-2018&Itemid=628

 

 

 

 

 

Il Complesso sacro di San Francesco

 

Seguendo l’Avenida José de Sucre, a poca distanza dalla Chiesa della Compagnia, s’apre la Plaza de San Francisco (Piazza di San Francesco). Su di essa, soprelevata rispetto al livello della piazza, si affaccia l’imponente facciata bianca e grigia del complesso di chiesa e monastero dell’omonimo santo. Pare che questo sia il più grande spazio urbano del centro storico di Quito, dopo quello della Piazza dell’Indipendenza.

Fin dagli inizi della dominazione spagnola l’importanza di questa piazza era determinata dalla fonte d’acqua da cui attingeva tutta la popolazione della città. Quando l’attraversiamo noi, una confusione di colombi impazziti la sorvola fin quasi a oscurare il cielo. Siamo immersi in un colore triste di pietre grigie, rossigne e porose di fuochi e furori della terra. Sono le smisurate basole laviche della pavimentazione perfettamente ordinate e ben connesse. Camminiamo negli spazi che erano riservati in epoca pre-colombiana agli sconfinati mercati inca. Intorno facevano corona, oltre a un tempio, fortezze militari e le residenze dei luogotenenti di Atahualpa, l’ultimo imperatore di cui dirò più avanti. Oggi in quegli stessi luoghi si ergono imponenti edifici di epoca coloniale tutti ristrutturati negli ultimi decenni.

Giunti all’estremità della piazza scaliamo la grandiosa scalinata, convessa da un lato e concava dall’altro, oltre la balaustra, appena davanti alla facciata bramantesca della chiesa. Questo spazio era destinato una volta alla sepoltura della gente comune.

La Iglesia de San Francisco (Chiesa di san Francisco), una fra le più amate dai quitegni, porta il nome della città datole, come detto precedentemente, da Sebastiano di Benalcazar. La costruzione del complesso, che comprende oltre a numerose cappelle e chiostri, anche un monastero, risale al tempo della fondazione della città stessa, quella spagnola, intorno alla prima metà del XVI secolo completata poi oltre cento anni dopo. Fu disegnata da architetti francescani di origine fiamminga (le Fiandre, si ricorderà, all’epoca appartenevano alla Spagna).

San Francesco è considerata una delle costruzioni più sacre e ammirate dell’architettura dell’epoca coloniale e una delle massime espressioni artistiche del Sud America. Lo stile è composito e spesso indistinguibile. Si percepiscono le integrazioni sincretistiche dell’iconografia cattolica e di quella incaica. Le mescolanze miravano a rendere agevole il passaggio al cattolicesimo delle popolazioni indigene richiamando simboli e immagini della religione tradizionale. A parte questi elementi spuri, si rilevano tratti classici propri dell’architettura rinascimentale e manierista italiana ai quali si sovrappongono linee barocche con i suoi più elaborati abbellimenti. L’interno della chiesa è un eccezionale scrigno di metalli preziosi di cui sono sovraccariche cornici, modanature e tutte le elaborate forme dello stile congiunto ispano-americano e moresco. Abbondano oro, stucchi, ornamenti e fronzoli, soprattutto sugli altari e nell’iconografia che comprende centinaia di opere d’arte di stile in prevalenza churrigueresco.

 

29 San Francesco (1)30 Giardini del Chiostro di San Francesco (1)31 San Francesco Altare maggiore (1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Casa dell’Alabado

 

Riprendiamo la nostra scoperta della città ripartendo di buonora dal complesso di San Francesco. Seguiamo la Calle Cuenca lungo la quale, dopo poche centinaia di metri, scopriamo un piccolo museo che ci incuriosisce immediatamente. È anche noto come Casa del Alabado perché ospitato nella secentesca dimora di questa famiglia. Nelle eleganti sale, organizzate con assoluto rigore museale, è disposta una collezione di arte pre-coloniale. Si tratta di una raccolta unica di centinaia di reperti che rappresentano un patrimonio di incalcolabile valore e di eccezionale interesse storico e archeologico. Migliaia di altri pezzi, certamente di pari interesse, non sono in mostra per l’esiguità degli spazi espositivi.

33 Casa del Alabado

 

 

 

 

 

 

La raccolta riguarda prevalentemente opere fittili e di statuaria sacra, testimonianze d’arte delle popolazioni pre-incaiche di queste regioni. I popoli autoctoni raggiusero millenni fa un alto livello di perfezione nella realizzazione di terrecotte legate alle loro pratiche cultuali. Il materiale qui raccolto, ossia come ho detto svariate migliaia di reperti di cui solo poche centinaia sono esposte, riassume buona parte di quanto è scampato alle massicce e insensate distruzioni dell’epoca della conquista. A confronto, per strano che possa sembrare, i danni del tempo non sono molto significativi.

Gli oggetti sono disposti per tema. A prima vista non suscitano particolare interesse, destano anzi quasi un’istintiva repulsione proprio per ciò che rappresentano. Nulla di quello che ci sta difronte è immediatamente comprensibile e ancor meno gradevole. Molte figure sono oscene in maniera calcata e ripugnanti addirittura sono le espressioni di molti volti antropomorfi.

La verità è che nessuno di questi resti ha una qualche convergenza con la nostra prospettiva. Nessuno di essi coincide con i requisiti artistici ai quali siamo educati in Europa. Qui occorre guardare da un punto di vista diverso e smettere la nostra visione etnocentrica (e arrogante) che esclude da un giudizio positivo ciò che non è racchiuso nei nostri orizzonti estetici e valoriali. Gli oggetti di questo museo non richiamano canoni universali di bellezza comprensibili sempre e da tutti. Riflettono piuttosto punti di vista di una rappresentazione primordiale del sacro nella sua prospettiva apotropaica, cioè tendente ad allontanare influenze maligne, quindi anche esorcizzante e divinatoria. Le figure sconcertanti di queste sale esprimono una concezione terrorizzante dell’ignoto suscitata da una interpretazione della natura nelle sue espressioni più severe e dal conseguente bisogno di un suo rispetto assoluto.

Accanto a manufatti di oscuro ermetismo ve ne sono altri di animali o forme antropomorfe mitiche con teste anguicrinite, acconciature elaborate, bizzarri copricapi, facce grottesche, veneri dalle forme arrotondate ecc.

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44 Reperti Alabado

 

 

 

 

 

Tutte queste terrecotte, quasi sempre, esprimono oltre all’angosciosa visione del cosmo, l’incomprensibilità racchiusa nella sfera dell’inspiegabile che i popoli pre-colombiani ritenevano di scongiurare con oscuri rituali e invocando la protezione degli antenati. Nella loro visione il cosmo si compone di molteplici mondi paralleli o sovrapposti abitati da divinità della luce e delle tenebre, dagli spiriti degli antenati e da quelli della natura in cui vivono gli umani, gli animali e i vegetali. Con larga approssimazione e senza raffinatezza, questa è una concezione che riflette quella verticale del mondo cristiano secondo cui Dio è in cielo, gli umani in terra e i demoni sottoterra. Per i popoli pre-colombiani dell’America Meridionale l’iconografia sacra rappresentata dagli oggetti raccolti in questo museo così come le formule e i rituali, dovevano favorire la comunicazione fra questi mondi per il ristabilimento dell’equilibrio e la continuità della vita.

Insieme agli oggetti di cui sopra, se ne conservano altri di uso quotidiano. Sono, in prevalenza, tavoli cerimoniali, contenitori, piatti, vasi, tumi ovvero coltelli sacrificali d’oro a forma di mezzaluna ecc. Quasi tutti hanno una conformazione antropomorfica e antropo-zoomorfica. Queste sono soprattutto le forme di vari tipi di stravaganti bottiglie dall’ampia bocca con un caratteristico fischietto e di innumerevoli stampini. In diverse teche sono conservate figurine sciamaniche e di divinità orrifiche, altre itifalliche e grottesche sono connotate con singolari amplificazioni fisiche, prevalentemente sessuali.

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Si tratta il più delle volte di oggetti che attraverso una simbologia ingenua, intendono auspicare benessere, sazietà, vigore, fecondità e scongiurare le violenze della natura e delle sue forze oscure. A pensarci bene poi, le immagini mostruose e teriomorfe che vediamo qui esposte, sono gli sfondi istintivi in cui tutte le società agli albori della propria evoluzione collocavano l’ignoto. Cercavano perciò di esorcizzarne il maleficio rappresentandolo proprio nelle forme del tremendum.

Gli artisti dell’età pre-coloniale trasformarono dunque elementi della natura in oggetti di uso quotidiano e rituale. La metamorfosi diventò in tal modo la metafora stessa della vita. Le popolazioni di qui percepivano che nulla in natura è definitivo e tutto soggiace alla legge del ciclo in una prospettiva non dissimile da quella dei Greci dell’antichità. I semi diventano piante, la crisalide muta in farfalla, i morti diventano antenati e la morte stessa finisce per coniugarsi con l’immortalità. Tutto cambia quindi mentre la mano dell’artista trasforma in oggetti di culto quello che la natura offre: pietre, creta, legno, conchiglie. Sono in sostanza questi gli oggetti dell’arte primordiale universale di cui abbiamo ritrovato gli esempi in questo museo. A ripercorrere con lo sguardo quelli di cui le fotografie richiamano il ricordo, mi convinco che nella piccola Casa del Alabado sono raccolte rare testimonianze di un’arte semplice, eppure ricca di simbologie. Sono piccole cose rivestite di un’ineludibile magia che è poi il primo passo dei popoli prima dell’acuirsi scientifico delle loro capacità interpretative.

Andando via mi convinco pure che la strada verso il passato più lontano di questo Paese passa da questo museo.

Mattia Branco

Ho diretto,ho collaborato e collaboro con periodici locali e riviste professionali. Attualmente conduco uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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