Quaranta giorni per “cambiare testa”!

21 febbraio 2021/prima domenica di quaresima TO (B)

Quaranta giorni per “cambiare testa”!

Prima lettura: L’alleanza tra Dio e Noè dopo il diluvio (Gn 9,8). Seconda lettura: L’arca è figura del battesimo che salva (1Pt 3,18). Terza lettura: Gesù tentato da satana (Mc 1,12).

1) La quaresima è un tempo privilegiato, un momento forte, un

periodo che prepara alla festa più importante dell’anno: la Pasqua. Comincia il ciclo liturgico quaresimale, un periodo di quaranta giorni. Quaranta è un numero simbolico: quaranta furono anche i giorni del diluvio, che si conclusero con l’arcobaleno e l’alleanza tra Dio e Noè; quaranta furono gli anni del popolo ebraico nel deserto, durante i quali il nuovo popolo entrò nella terra promessa; quaranta furono anche i giorni del digiuno di Mosè, di Elia, e di Gesù nel deserto; gli abitanti di Ninive ebbero quaranta giorni a disposizione per convertirsi; quaranta sono pure i giorni dell’avvento e della quaresima, tempo per riflettere sulla Parola. Mi piace pensare che la parola ‘quaresima’ deriva dal verbo latino ‘quaerere’, che significa cercare, desiderare, impegnarsi.

Sant’Agostino, ai suoi fedeli di Ippona, dava questo impegno all’inizio della quaresima: pregare di più, digiunare di più, donare di più.

Prima lettura: il diluvio

2) I popoli della Mesopotamia dovevano la loro prosperità a due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate, che erano però anche pericolosi. Avevano il controllo del fuoco, addomesticavano animali … ma

erano impotenti davanti alle inondazioni e ai maremoti. Nelle tradizioni antiche del Medio Oriente troviamo molti accenni a un diluvio. La tradizione più antica, in lingua sumerica, risale al terzo

millennio a.C.. Un diluvio universale è materialmente impossibile: non esiste alcuna testimonianza geologica, anzi, è provato il contrario. Anche gli esegeti cattolici lo riconoscono: Alle spalle di questa narrazione ci sono elementi arcaici che rielaborano miticamente una catastrofe

mesopotamica divenuta oggetto anche di poemi mitologici orientali, come la famosa Epopea di Gilgamesh o il poema di Atrahasis …” (Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana). L’autore sacro si è servito del mito del diluvio non per insegnare che Dio perde la pazienza e castiga – Dio

non ha mai provocato nessuna inondazione o catastrofe! – ma per invitare a non scoraggiarsi di fronte al male. Quel comando di Dio vale anche oggi: עֲשֵֵּׂ֤ה לְךָ֙ תֵּ בַ֣ת עֲצֵּי־ ֹ֔ גפֶר Costruisciti un’arca di legno di gòfer (Gn 6,14). Davanti alle difficoltà non dobbiamo arrenderci ma inventare, costruire anche noi la nostra arca di salvezza. Quaresima/quarantena sono due parole che incrociano i loro destini: per entrambe è centrale il numero quaranta. La Quaresima non è altro che un cammino di guarigione spirituale, mentre la quarantena indica un momento di passaggio, situazione provvisoria e di attesa, periodo che racchiude un’esperienza che si prolunga nel tempo, ma che è aperto alla vita, con fede e speranza, come la Quaresima. Anche Israele ha conosciuto questi miti e ne ha accolto uno nella Bibbia dopo averlo purificato di alcuni elementi incompatibili con la sua fede. Dio non si rassegna di fronte al male, interviene, ricostruisce un’umanità nuova alla quale promette la sua benedizione: ו הֲקִ מתִֵׂ֤י אֶת־בְרִיתִ יָ֙ אִתְכֶֹ֔ם … Io

stabilisco la mia alleanza con voi (Gn 9,11). Dio non aspetta che l’uomo diventi migliore per essere generoso con lui, ma lo prende così com’è e lo trasforma in creatura nuova. Il brano si conclude con l’immagine dell’arcobaleno, segno della prima alleanza, anteriore a quella d’Abramo e che ebbe come segno la circoncisione׃ אֶת־ קשְתִִּ֕י נָ תַ֖תִי בֶֶּֽעָ נןָ֑ … Il mio arco pongo sulle nubi (Gn 9,13). Noè non era israelita né cristiano né musulmano; era un uomo “giusto e integro, che camminava con Dio(Gn 6,9); era il capostipite dell’umanità nuova, che non conosce discriminazioni di razze, popoli, religioni. Con quest’umanità Dio ha stipulato un patto, promettendo a tutti una salvezza incondizionata. Abbiamo qui la prima teologia della sua “volontà salvifica universale”, che poi sarà esplicitata nel Nuovo Testamento: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati” (2Tim 2,4).

Il deserto: luogo dell’anima

3) Uscito dall’acqua, Gesù va nel deserto: dalla moltitudine alla solitudine. Era stato tra le acque e i campi della Galilea, tra i contadini di Nazaret e i penitenti del Giordano. Ora è nel deserto. Solo! Chi disse: “Guai a chi è solo!” ha detto una mezza verità; la solitudine, per chi ha l’anima ricca, è un premio. Non può sopportare la solitudine il mediocre, l’irrequieto, l’annoiato, chi non può vivere senza confondersi. Cristo è stato tra gli uomini e tornerà tra gli uomini perché li ama, ma sovente si ritira a pregare. Per amare gli uomini, occorre di tanto in tanto abbandonarli; lontani da loro, ci

riaccostiamo. Quest’episodio del Vangelo è servito a far sognare monaci, poeti, mistici, artisti. È stato anche utilizzato per giustificare la ‘fuga dal mondo’, il disprezzo delle realtà terrestri. Mentre nella chiesa primitiva, i monaci e le vergini erano nel mondo, verso il IV secolo si svilupparono l’eremitismo, il cenobitismo, l’anacoretismo, dimenticando la raccomandazione di Cristo: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo!” (Gv 17,15).

4) Perché entriamo nel deserto? Non per fuggire il mondo, non per indossare tele di sacco e cilici di sofferenza, strumenti tipici della spiritualità medievale, che il Vaticano II ha ormai superato nei suoi simboli esteriori, non certo nella sua sostanza profonda. Entriamo nel deserto per vincere quei ‘divertissements’ di pascaliana memoria, che allontanano l’uomo dai valori che contano. Insomma, penetrare nelle misteriose profondità della coscienza, non rimanere sulla soglia,

distratti come siamo dai tanti messaggi pubblicitari contrastanti. Quel Gesù che, prima di iniziare la sua missione, avverte il bisogno di entrare nel deserto, è ancora una volta il modello di ogni credente. Questo invito a “entrare nel deserto” non viene dall’uomo, ma da Dio. E’ lo Spirito che – come sottolinea Marco – sospinse nel deserto Gesù, e di anno in anno rinnova anche a noi questa sollecitazione.

5) Perché i cristiani ricercano nell’assenza e nell’isolamento dei fratelli, “extra ecclesiam”, quella salvezza che è loro promessa all’interno della comunità? Oggi sembra che la grande ambizione di tanti operatori pastorali sia quella del “ritiro spirituale”. Non vorrei essere frainteso. È   utile il ritiro spirituale, non come ‘fuga dal mondo’, ma come ‘conversione del cuore’. La più grande gioia dell’uomo è l’indolenza mentale. È felice se può dimenticare di abbrutirsi a forza di lavorare. La donna è, in genere, più attenta ai valori personali, vuole che quanto fa le somigli; l’uomo, invece, vuole somigliare a quanto fa; gli piace pensare solo a quello che fa (cioè a quello che guadagna!).

Questo non accade solo agli operai della catena di montaggio. Un avvocato, un medico, un professore … si identificano volentieri con la loro funzione, e il loro linguaggio fortemente tecnico bene esprime questa identificazione. E poi, dopo un serio esame di coscienza, accorgersi di essere uno sposo mediocre, un padre mediocre, un uomo mediocre, un credente mediocre! È il deserto! Isolato, l’uomo si blocca, sente che deve iniziare a pregare, una preghiera priva di ogni orgoglio. Comincia a trovare Dio. Comincia a ritrovare se stesso! Sente di non avere verità profonde. La sua verità è in un Altro. È un Altro!

Satana: chi è costui?

6) Il termine ebraico ‘satana’ ( שָ טָ ן ) non è un nome proprio di persona, ma un nome comune: indica colui che si mette contro, un avversario, un accusatore. Al tempo di Gesù era immaginato come

uno spirito cattivo, come la personificazione di tutte le forze del male: odio, rancore, vendetta, egoismo … sono questi ‘i satana’ contro i quali ogni uomo deve confrontarsi e non con pratiche di esorcismo ma con la volontà sorretta dal Signore. Nel suo racconto, chiaramente simbolico, Marco introduce altri due personaggi:

> le fiere: sembra che Marco alluda al libro di Daniele, cap. 7, dove le fiere rappresentano gli imperi oppressori dei popoli: quello dei babilonesi (leone), quello dei medi (orso), quello dei persiani (leopardo), quello dei macedoni (bestia indefinita ma terribile). Allora è chiaro: le fiere contro cui si è scontrato Gesù sono i poteri politici, economici, religiosi del suo tempo, che opprimono l’uomo;

> gli angeli: anch’essi non designano esseri spirituali, ma ogni mediatore di salvezza è un angelo. Mosè è chiamato angelo (Es 23,20.23); anche il Battista è presentato da Marco come un angelo

(Mc 1,2). È urgente, nell’insegnamento religioso, spiumare gli angeli, perché angeli con le ali non ne vedremo mai. Nella Bibbia, quando appare un angelo, spesso non sappiamo se si tratta di Dio, di un uomo, di una donna, se sono figli di Dio o dell’uomo (Gn 1,26; Gn 19,1; Gb 5,1; Sal 89,5; Sal 8,6; Sap 2,23; Sir 17,3; Tb 5,4.). Angelo è uno che ti reca un messaggio: se ti conduce al bene, allora è un angelo; si ti seduce al male, allora è un diavolo. Ne incontriamo tanti, da sempre, ma poiché

non sono abbastanza piumati, non li riconosciamo. Nella sua vita terrena anche Gesù ha incontrato i suoi angeli (Maria, Giuseppe, Maddalena …) e i suoi diavoli (i sacerdoti, Pietro il traditore, l’apostolo in carriera …).

Sospinto dallo Spirito

7) Gesù è stato un uomo guidato dallo Spirito, non da altri interessi. Dove lo ha portato lo Spirito? Nel deserto! Il deserto significava, in quel tempo, rifiuto dei valori dominanti, ricerca di una vita diversa. Nell’Egitto dei faraoni erano chiamati ‘anacoreti’ quelle persone senza radici, con debiti, scontente del disordine sociale (R. Teja, H. Henne, M. Naldini). Come leggiamo in Palladio o Rufino, i primi monaci (III sec.) erano in gran parte ignoranti, schiavi, individui senza radici; oggi li chiameremmo ‘emarginati’ (A. Piganiol). A queste persone si è unito Gesù! Il breve racconto di Marco esprime simbolicamente quello che è stato Gesù di Nazaret. Il miglior commento che si possa fare alle tentazioni di Gesù nel deserto è quello di F. Dostoevskij nel discorso del Grande Inquisitore (I Fratelli Karamazov, V,5). Il geniale romanzo presenta Gesù a Siviglia. L’Inquisitore rinfaccia a Gesù: perché sei venuto a sconvolgerci? Gesù è presentato come uno sconvolgimento

per i capi dell’Inquisizione. Perché? Perché Gesù è venuto in questo mondo ad annunciare che la cosa migliore per gli uomini è la libertà. E proprio questo detestava il Grande Inquisitore! Per gli esseri umani la religione vede la soluzione nella ‘sottomissione’. Gesù vede la soluzione nella ‘libertà’. In questo consiste il contrasto tra la ‘religione’ ed il ‘Vangelo’.

A cura del Gruppo biblico השּׁרשים הקּדשים Le Sante Radici

Per contatti: francescogaleone@libero.it

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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