QUARTA PUNTATA DEL LIBRO DI VITTORIO RUSSO EQUATORE

VITTORIO RUSSO FOTO

 

 

 

 

Il lago San Pablo

 Seguendo la carretera Panamericana raggiungiamo il Lago San Pablo. Anche questo è un luogo d’incanto. Siamo a poco meno di tremila metri sul livello del mare e a incombere su questo specchio d’acqua è il furioso vulcano Imbabura che sperde la sua cima frastagliata fra le nubi. Alto e solenne, anche la sua ombra fa paura. È dominatore più che altrove su questa acque placide rese ancora più fiacche dalla luce severa del tramonto che tutto traduce in grigio.

Il San Pablo è un lago di origine vulcanica come tutti quelli di questa regione che si contano a centinaia. A volerne ricostruire la genesi viene spontaneo di pensare che, in una furiosa lotta di predominio di lontane epoche geologiche, l’Imbabura affrontasse fino a subissarlo in una tempesta di fuoco il vulcano antagonista che ora giace immobile ai suoi piedi. Il fiume di lava che colò dalla bocca del dominatore formò intorno al cratere del rivale una corona rocciosa. Essa costituisce oggi l’orlo di una cavità immensa nella quale nel tempo si sono riversate le acque dei fiumi circostanti fino a riempirla per formare il lago attuale.

Osservo spostando idealmente il mio punto di vuista. Questa incavatura è l’orbita vuota del volto senza identità di una terra che si trasforma inesorabilmente. S’ode solo il sospiro mesto di una piccola brezza che scuote le canne sottili lungo le coste di pietra. Simili ai giunchi delle nostre sponde tirreniche, queste canne, alte anche più di tre metri, sono frustate dal vento. Si chiamano totora e sono la vegetazione più tipica di molti laghi dell’America Meridionale.

La totora è largamente utilizzata dagli Uros, soprattutto sul Lago Titicaca, in Perù, per costruire le caratteristiche islas flotantes (isole galleggianti). Questa popolazione pre-incaica, proprio per sfuggire all’aggressione degli Inca, trovò nel Titicaca il luogo dove nascondersi e sfuggire agli aggressori, proprio come i Veneti che, minacciati dagli Unni, trovarono rifugio nella laguna dell’alto Adriatico. A differenza di questi, gli Uros presero da allora a costruire con la totora le tipiche isole galleggianti. Su di esse dimorano in gruppi familiari di alcune diecine di persone, vivendo di pesca e spostandosi da un punto all’altro del lago. La totora le cui radici sono commestibili, serve loro anche per costruire quelle imbarcazione panciute, utilizzate per la pesca, che hanno prora e poppa decorate con teste di puma e di animali mitici.

Il tramonto sul Lago San Pablo nella lontananza di acque su cui cala un manto di foschia cinerea muove solo malinconia. Immalinconisce l’aria grigia e ancor più l’accresce quel fumo nebbioso sulla cima dell’Imbabura. Non meno però del sibilo tenero che una brezza trae dalle canne di totora: un sospiro che è una nenia sonnolenta alla mestizia. Il sole intanto sembra gonfiarsi come per tuffarsi nel mare della notte già mezza bianca di luna. È immenso sull’orizzonte e rosso del fuoco dell’ultima ora come se volesse incendiarne le acque.

Prima di andar via Dànao non resiste al desiderio di riservare una carezza al muso grazioso di un lama dai grandi occhi. Sono sporgenti come quelli del simpatico bradipo del film di animazione L’era glaciale, neri che le lunghe ciglia, nere esse pure, rendono ancora più tristi. Allunga una docile mano Dànao, ma di scatto il lama ruota la testa e schizza attraverso gli incisivi della mascella inferiore e il labbro spaccato una mitragliata di saliva densa di erbe in via di digestione. È il modo che hanno questi camelidi, talvolta scortesi, per difendersi. Dànao non riteneva certo di minacciarlo, ma è andata così e sorride, meno male, tergendosi il volto merlettato di verde, perfettamente centrato. Sorridiamo tutti e ci basta per cancellare il ricordo uggioso del luogo…

1 Il lama che non perdona

Quito

Quito, come ho detto, si adagia in una vallata fra le due cordigliere andine, di levante e di ponente, in un bacino idrografico stretto e lungo alle pendici del monte Pichincha, il vulcano dalla duplice vetta e ferocemente attivo. Tutte le montagne intorno e, giù giù, lungo la Cordigliera, è un susseguirsi ininterrotto di vulcani dall’irrefrenabile attività.

Pichincha è il nome che si sente pronunziare più di frequente da queste parti, quasi un dio malefico del fuoco e delle rocce ardenti, della cenere bruna e dei fiumi di lava che con le loro vampe distruggono ogni cosa. Insomma, un gigante folle e dai sussulti imprevedibili. Pichincha è un termine intraducibile, esprime un concetto che potrebbe essere reso con: buon affare. E chissà che il nome non abbia proprio una finalità propiziatoria: quella di allontanare il rischio adulandolo… Questo vulcano quindi, è meglio tenerselo amico con preghiere d’istinto e invocazioni. In verità poi, preghiere e invocazioni sono più di superstizione che di fede, quasi pratiche esorcistiche perché ne sia dissipata la potenza distruttiva e scongiurato il potere diabolico.

Qui il sacro ha una duplicità indecifrabile e terrificante: richiama gli scambievoli aspetti di originarie identità così come, ad esempio, sono adombrate dal pensiero di Eraclito quando in un aforisma afferma che il dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, sazietà e fame… Il sacro inteso, perciò, come misterioso e tremendo, da scongiurare con sacrifici e riti propiziatori. Qui in Equador si fa così. Di santoni, sciamani, veggenti, fattucchieri, maghi e indovini ce ne sono dovunque: nei villaggi e nelle grandi città. Suggestionano con i loro riti e il loro ascendente, con le loro fascinazioni e le loro malie. Bruciano foglie di ginepro e ne aspirano il fumo fino a cadere in uno stato di trance e di sconvolgimento profondo che conduce talvolta alla morte. La gente, ammalata, qui non meno che altrove, di una fede incrollabile nel soprannaturale, li venera talvolta con spontaneità assoluta. Li considera i mediatori tra il divino e l’umano: un ponte tra i vivi e i morti, tra ciò che è incomprensibile e ciò che la ragione comprende. Come in tutti gli ambiti di fede, queste figure sono di fatto le sole ritenute capaci di sollevare il sipario sul mistero e su ciò che è inaccessibile al pensiero, in grado perciò di allontanare il maleficio invisibile che grava sui mortali.

In nessun altro Paese come in questo si coglie pure in tutta la sua pienezza il concetto di diabolico, di collegato cioè all’inconoscibile nascosto nel sacro. Annualmente, infatti, si celebrano in Ecuador feste caratterizzate da un ballo noto come diablada, connesso con l’idea del demonio e delle divinità malefiche delle oscurità durante le quali si indossano maschere con sembianze sataniche. Le diablade sono figurazioni dello scontro fra bene e male quali espressioni di sincretismo, che fondono cioè elementi della demonologia cristiana con quelli delle credenze antiche dei popoli andini. Proprio in questo Paese il concetto di sacro risponde pure alla sua prospettiva più autentica così come è stata illustrata da Umberto Galimberti. Per questo accademico, come è noto, diavolo, stando alla sua etimologia corretta, dia-bàllein, equivale a ciò che sta attraverso o meglio all’opposto (vedi anche diagonale, diametro, dialogo ecc.). Diavolo, dunque, come personificazione di un concetto. Nel sacro Diavolo e Dio si confondono, il sacro diventa perciò il tremendum fascinans, come lo ha definito Rudolf Otto, dietro la cui maschera si nasconde ciò che non si conosce. Diaboliche e inconoscibili sono le violenze della natura, fatte di tuoni, di fuoco e di fiammate voraci. Tuttavia nel tremendum fascinans la stessa natura mostra scorci di imponente bellezza, irripetibili nei colori, come nei cieli celesti e nei verdi dei canneti e delle acque. Verdi di cieli e di acque, sono quelli del fiume Puno, per esempio, del Rio delle Amazzoni in cui il Puno si versa e dell’intrico sterminato dei corsi d’acqua in cui si riflettono luci dalle inesprimibili variazioni cromatiche. Sono i colori propri di questa terra che inebriano la vista e placano le tempeste degli umori e del tedium vitae. Lo sguardo ne è affascinato e vorrebbe adagiarsi su queste visioni di soavità in un riposo letargico.

Nulla però è definitivo a queste altitudini. Nessuna condizione è permanente. Il cielo si fa all’improvviso di perla e poi di piombo. Si schiudono inaspettate le sue cateratte e scrosci d’acqua vengono giù a fiotti per fare della terra un regno provvisorio di acque.

2 Il Pichincha

Pichincha è il nome che evoca tutto questo. Poi magari, per gioco, Vincenzo è capace di trasformarne il senso. Lui altera anche la morfologia di un vocabolo e lo connota in negativo con un suono obliquo fin quando pronunciarlo diventa quasi uno sgarbo ai codici sintattici. Vincenzo è una persona normale ma costantemente capace di sbalordire rendendosi degno di ammirazione proprio per la sua normalità. Si ride all’evocazione di Pichincha che significa per lui tutto al femminile e al maschile secondo una geometria semantica variabile da lui costruita per il solo gusto dell’onomatopea dissacratoria. Pichincha pronunziato da lui, siciliano di pura cultura della Magna Greca, può significare inverosimilmente tutto in positivo e in negativo. Proprio come è intesa qui, senza volerlo, la dualità eraclitea del Pichincha. Ride di gusto Dànao. Ride Fiorella. Rido io ma solo per la felice eufonia della parola. E ride pure, senza capire, la gente intorno a noi per queste tiritere inarrivabili e in tono poco sommesso di Vincenzo.

Quito si trova naturalmente nella provincia di Pichincha. Ma inevitabilmente Pichincha è anche la denominazione di tante altre cose, luoghi, eventi. Anche una celeberrima battaglia porta il suo nome. Fu combattuta intorno alla prima metà del 1800 e vinta da un abile generale al comando dell’esercito indipendentista ecuadoriano che liberò il Paese dalla dominazione spagnola. Il generale vincitore si chiamava Antonio José de Sucre. Diede il proprio nome alla valuta ecuadoriana di tempo fa (ora sostituita dal dollaro americano), all’aeroporto internazionale di Quito, a una banca, a un’avenida e a svariati luoghi e centri d’interesse della capitale. La provincia di Quito, infine, non poteva chiamarsi che Pichincha. Non so molto altro della città, salvo quello che ho visto e ascoltato in giro.

Vicende di Quito

 

Mi piace ricordare eventi storici di Quito che mi impegnarono a lungo in passato con letture ambiziose (spesso anche soporifere) di uno studioso che ancora fa testo, William Prescott.

Prescott è stato uno storico americano degli inizi dell’Ottocento. Pur essendo completamente cieco già intorno ai vent’anni, malgrado le immaginabili difficoltà, grazie a una prodigiosa memoria, riuscì a scrivere i due capolavori che ancora fanno testo e sono un essenziale riferimento della storiografia: La conquista del Messico e La conquista del Perù. Qui, in particolare, intendo riferirmi alla sua La conquista del Perù, dove rievoca il momento dell’arrivo dei conquistadores nel Nuovo Mondo, agli albori del Cinquecento. Il momento coincise con quello del feroce dissidio tra i due fratellastri inca, Huascar e Atahuallpa, figli del potente imperatore Huayna Capac, che proprio da queste parti si erano affrontati in una battaglia sanguinosissima per il potere supremo. Da essa era uscito vincitore Atahuallpa.

Fu allora che Quito divenne la capitale settentrionale del Thauantinsuyo, lo sterminato impero incaico. L’altra capitale era Cuzco, collegata a Quito da una strada andina di oltre duemila chilometri. Poco dopo la vittoria di Atahuallpa, dunque, i conquistatori spagnoli Francisco Pizzarro, Diego de Almagro, Francisco de Orellana e altri, tutti originari dell’Estremadura in Spagna (importante ricordarlo), sbarcarono nella località dove oggi sorge la città di Tumbes, sulle coste dell’attuale Perù. Con un rocambolesco colpo di mano, Pizzarro, sicuramente ispirato dell’analogo gesto del contemporaneo Cortez con Montezuma in Messico, catturò Atahuallpa e lo tenne prigioniero in una dimora di Cajamarca, una località del Perù. Qui, in cambio della sua liberazione, l’Inca (Inca è il titolo che identifica l’imperatore del Thauantinsuyo prima che il popolo) promise allo spagnolo tutto l’oro che avesse desiderato in cambio della propria libertà. Tutto l’oro, proprio quello che gli spagnoli bramavano di più; tanto oro promise il sovrano, anche quello che fosse stato necessario per colmare l’immensa stanza in cui si trovava in quel momento. Sollevandosi sulla punta dei piedi, Atahuallpa pare avesse segnato con un indice il punto fin dove avrebbe potuta riempire la sala. L’Inca tenne fede al suo impegno. Pizzarro no. Ottenuto l’oro, lo fece trucidare.

Anni addietro, durante un viaggio in Perù, mi recai di proposito a Cajamarca alla ricerca del luogo dove Atahuallpa era stato tenuto prigioniero. La residenza c’è ancora e anche la stanza dell’oro, nota come El cuarto del rescate (La casa del riscatto), e perfino il segno del dito sulla parete, ravvivato da poco… Un dipinto incantevole che ho ammirato a Lima tempo fa, descrive la scena dell’assassino di Atahuallpa circondato dalle numerose mogli che piangono disperate e dalle bellissime concubine che si graffiano il seno nudo. Mi colpirono gli infiniti bagliori dell’oro degli abiti che ancora oggi fanno così particolari i costumi delle nazioni andine.

Millenni dopo la sua fondazione che sfuma nel buio del tempo, e secoli dopo la morte dell’ultimo Inca, Quito è diventata la Luz de America (Luce dell’America), come è soprannominata, dichiarata dall’UNESCO Patrimonio Cultural de la Humanidad (Patrimonio Culturale dell’Umanità) e, infine, sede dell’UNASUR, Unión de Naciones Suramericanas (Unione delle Nazioni Sudamericane).

Non mi dilungo. Mi piace, tuttavia, ricordare una sola data, quella della nascita ufficiale della città che ho fissato nella memoria per farne lo spartiacque degli eventi storici di questo Paese. La data è il 1534. Il centro abitativo c’era pure prima, è vero, era però il luogo di un’altra storia e di altri popoli. Lo abitavano allora i Quitu o Quitos da cui il nome incancellabile di Quito. Successivamente la città fu distrutta e ricostruita almeno tre volte, quattro forse: dagli Inca, dagli spagnoli, dagli Inca ancora e ricostruita infine da un conquistador. Si chiamava Sebastiano di Benalcazar che le diede il nome di battesimo di Pizzarro, Francisco. Ne amplificò però la dignità rievocando anche quello del santo di Assisi. Come tutte le altre città delle Americhe fondate dagli spagnoli che portano un nome teoforico, questa si chiamò San Francisco de Quito. Oggi semplicemente Quito.

 

Continua la prossima settimana con la Quinta Puntata

Mattia Branco

Ho diretto,ho collaborato e collaboro con periodici locali e riviste professionali. Attualmente conduco uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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