SULLE ALI DEL MITO DI VITTORIO RUSSO “QUESTO È UN VIAGGIO DIVERSO, DI RICERCA, DI APPAGAMENTO DI DESIDERI REMOTI”.

VITTORIO RUSSO SUL LIDO LUISE CASTEL VOLTURNO
VITTORIO RUSSO SUL LIDO LUISE CASTEL VOLTURNO

 

PRIMA PUNTATA

 

 

Il viaggio per Atene è durato solo un attimo, lungo quanto il tempo di un sogno o quello dell’incubo del tedio pigro della partenza. Sogno e incubo per un attimo si sono scontrati con il sibilo acuto della velocità contrapposte di due treni. Perché, senza che sia una confessione, quest’andare è soggetto a una forza centrifuga per un verso e centripeta per l’altro: è insieme fuggire dal nido e dal nido essere attratto. Dipende solo dallo stato d’animo. Mi succede inesorabilmente, voglio dire, di partire con tristezza e soffrire del desiderio antitetico di tornare allo stesso tempo. Non m’era mai accaduto, tuttavia, di avere voglia di ritornare ancor prima di partire come questa volta. Poi è prevalsa l’incalzante fiamma odisseica e talvolta funesta della smania di curiosità e di avventura che non si estingue ed è sempre più forte di qualunque altra ragione.

Questo è un viaggio diverso, di ricerca, di appagamento di desideri remoti. Cerco forse un’acqua da bere dal sapore dimenticato per addolcire qualche tratto dell’essere, del comportamento, forse della scrittura degli ultimi racconti. Chissà. La più probabile verità è che mi accingo a un viaggio nell’astrattezza della storia, dei miti e dei miraggi, che poi, per certi versi, sono anche la stessa cosa.

Questa volta che l’amarezza della partenza mi ha attraversato in maniera più invadente, il fuoco della curiosità avrebbe dovuto bruciare anche di meno. Eppure, non è più così appena mi ritrovo sull’aereo. La tristezza diventa un puntino scuro nella memoria. Non vedo l’ora di essere scosso dal boato dei motori e smarrire lo sguardo sulla pista che schizza via. Non vedo l’ora di correre verso quel qualcosa che non conosco e che mi attrae con la sottigliezza magnetica degli eventi misteriosi. Sento di muovere alla ricerca di una parte di me sconosciuta ma in grado di dirmi in quali radici affonda la mia natura febbrile. Le radici cui appartengo io, forse, dovrei dire noi, tutti noi.

 

Quantunque monumentale, ancorché moderno e asettico, l’aeroporto Eleftherios Venizelos di Atene è inconfondibile. Non sono gli acciai, i marmi e i cristalli a distinguerlo ma il colore, il calore, gli aromi della terra di qui che ti sorprendono sempre perché perpetuati nell’aria e nella luce, anche se mascherati da schermi di modernità. Te li senti addosso fisicamente, discreti, profondi, con un peso quasi materiale, che si colora, che diventa suono e che si contorce nei caratteri dell’alfabeto i quali, consueti al primo sguardo, diventano ostici se scritti in corsivo.

Ero preparato da tempo a questo viaggio ad Atene. Qui è cambiato tutto, anzi non è cambiato nulla da venti anni a questa parte, malgrado ovunque si impongano le opere architettoniche, che furono completate appena in tempo per i giochi olimpici. No. Effettivamente non è cambiato nulla nei segreti dell’aria, nel fascino delle tinte senza sfumature, nei suoni del vento che qui non smette mai di frusciare lieve e petulante, nei cromosomi stessi della vita dell’Ellade e del suo eterno fluire. Forse non è cambiato nulla da sempre, dalla morte dell’ultimo Pan zufolante nella calura estiva. Occorre solo saper sentire, lasciarsi andare alle sensazioni che i sensi non fanno fatica a cogliere e, quanto spesso, con immediatezza. Il resto viene da solo e allora ti senti cullato anche nel frastuono infernale di un’Atene, che ha appreso immediatamente a essere rumorosa, a crescere spasmodicamente e a vivere con la frenesia parallela del chiasso turco ricevuto in eredità e della vivacità delle megalopoli occidentali. Devi estinguere nella mente i ritmi della dimensione che hai lasciato, devi pensare alla Grecia come a qualcosa da vivere in un sogno cosciente, lucido, presente. E, allora, anche i suoni taglienti del traffico urbano diventano gli stessi di una tempesta di fulmini scatenata da Zeus adirato che non vedi, ma che c’è e abita in alto, da qualche parte, non lontano da qui.

Ora la città è collegata all’aeroporto da una modernissima metropolitana. I lavori sono stati eseguiti in maniera impeccabile. Tutto è lindo e intatto malgrado lo sciame umano che qui si è riversato nell’anno fremente dei giochi e che più di una traccia ha lasciato nelle sbrecciature dei marmi di Paro e del Pentelico con le scritte stupide di chi così si perpetua. Dal finestrino della metropolitana, appannato dalla condensa, ho scorto le alture dell’Imetto e m’è ritornato alle narici e nel cuore un odore caldo di miele. Quello dell’Imetto era il migliore dell’antichità. Non so oggi. Ma che importa. La potenza dell’evocazione me lo riporta alla mente quasi l’avessi sulle labbra. Seduto davanti a me, un signore distinto snocciola con metodo il suo komboloi, quella sorta di rosario, spesso di ambra, che serve, dicono, a schiarirsi le idee, a distrarsi e a diluire il tempo. Bravi solo i turchi e i greci che ci riescono.

 

Atene è il disordine di cento città. Più di cinque millenni di storia si sono stratificati negli spessori della terra e della gente di qui. Ma di che razza sono i Greci di oggi? Chi potrà mai dirlo! Minoici, Micenei, Eoli, Ioni, Dori, Achei, Persiani, Egiziani, Romani, Bizantini, Unni, Goti, Eruli, Turchi. Ecco, sono un po’ tutte queste genti e infine anche Greci o forse diventano Greci proprio per fusione e confusione di tutte queste genti. Ma il discorso delle mescolanze di razze è valido qui come a ogni latitudine. I popoli non sono mai definibili per etichette e qui questo è ancora più vero. Quello che conta però è che in Grecia sei un po’ a casa; avverti di non sentirti estraneo, anche se ti richiamano a una realtà diversa fonemi inconsueti. I greci sono in assoluto i napoletani di qua, pensano e si muovono alla stessa maniera, gesticolano e ammiccano allo stesso modo e ti identificano subito, avvertono subito con un fiuto quasi canino che sei della loro specie. E, allora, immediatamente lanciano il loro messaggio affettivo come il salvagente a un naufrago, ti sorridono cordiali e sornioni, salutandoti con istintiva simpatia e con la frase di complicità consueta: italiani, greci: stessa faccia, stessa lingua… Sostanzialmente vero, salvo che per la faccia e ancor più per la lingua! Ti amano perché si amano. Sei per loro come un frutto dello stesso albero, che ha lo stesso sapore.

 

Quando sei ad Atene la prima cosa che ti viene al cuore di fare è quella di correre sulla collina del Partenone. Lo fai d’istinto, quasi come per voler verificare che, dopo duemila e quattrocento anni da che Pericle mise mano all’opera, tutto sia ancora in ordine. E allora ti sperdi per i meandri di Plaka e cominci a inerpicarti seguendo i percorsi originari, tra rocce corrose dal passaggio millenario delle suole di tutti i popoli, amici e conquistatori, di quelli che qui sono venuti a saccheggiare o in pellegrinaggio. Cammini muto, perché sai che stai calcando terra sacra: tredici o venti metri di storia sono stratificati sotto i tuoi piedi. Muto, con gli altri che avanzano, pellegrini come te, idealmente, verso un santuario. In lontananza s’ode solo la voce nera di un pope che viene fuori amplificata da una piccola chiesa dalla facciata bianca e oro.

È il minuscolo tempio di Agia Sofia. Graziosissimo. Una folata dolce d’incenso m’assale pizzicandomi il naso gradevolmente. Entro curioso; mi segno per convenzione, alla maniera ortodossa, unendo le punte delle prime tre dita della mano destra e toccando, dopo la fronte, l’ombelico poi la spalla destra e la sinistra. L’officiante volge le spalle ai fedeli. È nascosto appena dall’iconostasi, che è il pannello ornato di icone che separa il celebrante dai fedeli nelle chiese bizantine. L’iconostasi qui è una macchia di luce dorata e guizzante attraversata com’è dal fragile riflesso delle fiammelle delle candele. Del pope si nota solo la sagoma scura. Procede con voce cantilenante e triste nella sua liturgia. Pochi secondi di sosta, solo per curiosare in giro con sguardo discreto e distinguere nel buio biondo delle pareti icone scure, appena rischiarate dal sussulto di un lumino. In un vasto piatto di ottone centinaia di sottilissime candele ardono fumose di vaniglia e di menta.

Proseguo senza altri indugi. Sono quasi le due del pomeriggio e c’è tanto da vedere. Seguo il viale all’ombra dell’imponente muro di Cimone che rinforza le balze dell’Acropoli e giungo all’ingresso. Con dodici euro compro un biglietto cumulativo valido due giorni. Con esso avrò accesso all’Acropoli, all’Antica Agorà, al Teatro di Dioniso, all’Agorà Romana, al Ceramico e al tempio di Zeus Olimpio.

M’è caro il vento quando fa tanto caldo. E questo pomeriggio ateniese è caldo, di un caldo estivo, agostano. Per fortuna c’è un vento mite, ma a tratti anche irruente, il meltemi che odia le vele e soffia da nord-est, dalla collina del Licabetto. Licabetto significa Luogo dei Lupi. Un tempo era fuori città, ricoperto da una fitta vegetazione e frequentato, certo, anche da lupi.

 

Temevo d’incontrare una gran folla. Invece c’è calma nell’area dell’Acropoli. Atene si ammansisce in questo Settembre, dopo i ruggiti di Agosto. M’ero preparato a un’entrata attraverso la Porta Beulé, che conduce ai Propilèi, ma il percorso obbligatorio mi porta direttamente alla rampa, sul lato destro dei Propilèi stessi. I lavori di restauro, che sono iniziati forse con Pericle medesimo e non finiranno mai, sono organizzati in maniera da non impedire una gradevole vista d’insieme. Le strutture metalliche fanno ormai quasi parte del paesaggio.

I Propilèi sono il solenne accesso all’Acropoli. Furono costruiti su un progetto ardito di Mnesicle e sono di una fresca bellezza architettonica, in perfetta continuità armonica con il Partenone. Si passa sotto l’atrio centrale, ma ve ne sono ancora due per lato. Imponenti sono le sei colonne doriche doppie all’esterno e quelle ioniche all’interno. Il soffitto, felicemente restaurato, pone in evidenza i cassettoni che un tempo erano dipinti di un intenso colore blu notte con stelle d’oro in rilievo.

A destra dei Propilèi si erge, delicato e snello, il tempietto di Atena Nike, purtroppo chiuso al pubblico e del quale si nota a stento la struttura, ma solo da certe punti della rampa di accesso. L’edificio, progettato da Callìcrate, era e credo sia ancora e definitivamente il gioiello più prezioso dell’Acropoli. Ha una pianta quadrata delimitata a ogni angolo da una colonna ionica in marmo pentelico. Originariamente la piattaforma naturale su cui è costruito era circondata da una balaustra di marmo con sculture in rilievo alcune delle quali ho rivisto poi nel Museo Archeologico. Fra le altre, quella leggiadrissima di Atena raffigurata mentre si allaccia un sandalo.

Varcato l’atrio centrale dei Propilèi ti trovi al centro della spianata dell’Acropoli, sull’ultimo tratto della Via Panatenaica. Era questa la strada sacra percorsa da una sterminata processione in onore della dea durante la celebrazione quadriennale delle Grandi Panatenee e quella annuale delle Piccole Panatenee.

Ho immaginato il brusio, il colore, l’odore degli aromi che bruciavano nei tripodi di bronzo lungo il percorso, ho immaginato i sacerdoti che precedevano la processione, bianchi nei loro himation immacolati, le fronti cinte di bende candide, le braccia al cielo in icastiche invocazioni, e altri che spingevano gli animali del sacrificio. Poi le giovani con i boccali a forma di cornucopia e le vergini canefore che portavano sul capo i canestri (da qui il nome) con le offerte e i flabelliferi, i turiferari, i musici seguiti dei nobili che sulle braccia reggevano il peplo da deporre sulla statua di Atena Polìas, Atena protettrice della città, collocata nell’Erettèo. Quello che si vede ora giungendo sulla via della processione, non dà che un’idea spenta di ciò che qui si doveva ammirare quando i lavori di Pericle, qui sull’Acropoli, furono terminati, intorno alla metà del V sec. a.C. Si notano appena, al termine del percorso, le fondamenta del piedistallo della titanica statua di Atena Promachos, Atena che combatte in prima linea, opera in bronzo di Fidia. Pare fosse alta nove metri, ben visibile da lontano, e possente, perché doveva simboleggiare agli occhi del mondo l’invincibilità ateniese. L’imperatore Teodosio la fece trasportare a Costantinopoli intorno al 1200. Qui, a seguito delle violenze provocate dei crociati, gli abitanti della città ritenendone responsabile la statua pagana, la fecero a pezzi per una di quelle follie di cui le folle vanno matte e famose.

Nel punto più elevato dell’Acropoli, alla destra della Via Panatenaica, si staglia imponente la mole fulva del Partenone, avvolta dagli ultimi bagliori del sole che degrada a ponente, sulla collina della Pnice. Si è scritto e detto tanto di questo monumento che un mio commento finirebbe con lo sminuirne la straordinarietà. Mi piace solo aggiungere che con uno sguardo solo cogli un’impressione di pacatezza, di gravità muta, di pace. Queste sensazioni scaturiscono dalle perfette proporzioni delle forme e dalle linee essenziali. Nulla si può aggiungere a un’espressione architettonica che diventa bellezza inesplicabile e sintesi della misura artistica raggiunta dalla Grecia ai tempi del suo massimo splendore.

 

Fasciato da teli verdi e di plastica scura, appoggiato a mille grucce metalliche, a oltre duemila e quattrocento anni dalla sua felice fondazione, il Partenone ispira ancora solennità e un silenzio d’istintivo rispetto verso la sua sacralità.

S’è imbronciata all’improvviso l’aria nel tramonto, mentre a tratti fischia il meltemi, che contro il cielo opaco di pulviscolo, gonfia con un ruggito l’ampia bandiera greca sullo sperone a levante dell’Acropoli.

Progettato da Ictino e Callìcrate, essendo coordinatore Fidia stesso, il Partenone era il tempio più sacro di Atene, dedicato alla sua divinità protettrice, Atena Parthénos da cui il nome che significa dimora della Vergine. Fu costruito in meno di otto anni (dal 447 al 438 a.C.) e per esso si utilizzò esclusivamente lo sfavillante marmo bianco del vicino monte Pentelico (Pendèli). L’ordine dorico è proporzionato ed elegante grazie allo studio attento delle dimensioni, non meno che a una serie di artifici per correggere le aberrazioni visive determinate dalla mole della costruzione. Le fondamenta, per esempio, sono appena concave mentre le colonne, leggermente convesse. Agli angoli della costruzione le colonne sono leggermente inclinate verso l’interno e presentano una rigonfiatura al centro detta éntasi. Gli ingegnosi espedienti mirano a ottenere un effetto di massima armonia e ci riescono dettando, così e per tutte le architetture monumentali dei tempi posteriori, le regole definitive per correggere le aberrazioni visive.

Scultori di fama lavorarono al frontone arricchendolo di quarantaquattro statue. Novantadue mètope in alto, tra i fregi, raffiguravano la distruzione di Troia e lotte di animali mitici. Di esse, le diciannove restanti fanno parte della raccolta, detta di Elgin, e sono esposte al British Museum. Il lunghissimo fregio che correva sul frontone per quasi centosessanta metri rappresentava la processione tipica delle Panatenee che culminava con la deposizione del peplo sacro sulla statua di Atena Polìas. Cinquantasei pannelli di questo fregio fanno parte della stessa collezione di Elgin del British Museum.

 

Riesco con difficoltà a immaginare lo stupore che doveva suscitare la vista di questo monumento, se ancora oggi sbalordisce anche chi ha già vissuto l’emozione del primo impatto più volte. Il Partenone s’identifica inconfondibilmente con Atene, con la Grecia, con la civiltà occidentale. Ombra di se stesso, conserva intatta nella sua scheletrica essenzialità la grandezza suprema dei monumenti che sbalordiranno anche quando non esisteranno più, solo per l’impatto che il nome è capace di evocare. L’orgoglio di Pericle di creare per l’eternità non era senza ragione. Nel Partenone oltre a essere custodito il tesoro della città, si conservava una statua dedicata ad Atena. Un’opera, questa pure, di Fidia. Si trattava di una struttura di legno ricoperta di oro e avorio (criso-elefantina), alta non meno di dodici metri. Mani e piedi erano di avorio e gli occhi di pietre preziose. Il corpo della dea era ricoperto da un peplo d’oro e sulla lorica, al centro del petto, portava scolpita la faccia agghiacciante di Medusa, essa pure in avorio. Anche questa statua finì a Costantinopoli e non se ne seppe più nulla.

Quantunque fosse il cuore dell’Acropoli, il Partenone non era che un edificio di pura enfasi decorativa. Il tempio di Atena vero e proprio era invece l’Erettèo, che sorge alla sua destra, sul luogo dove, secondo il mito, Atena e Poseidone erano venuti a contesa per diventare i patroni della città. Qui, infatti, il signore del mare conficcò nel suolo il suo tridente e qui Atena fece spuntare l’ulivo a lei sacro. È difficile risalire a un nucleo originario certo delle origini di questa costruzione. In Grecia, si sa, mito, leggenda e storia sono fratelli di sangue.

Stando al mito, Erittònio, figlio di Efesto e, nientemeno che di Atena stessa, la vergine per antonomasia (ma, si sa, niente è più contraddittorio dei miti), fu affidato neonato dalla dea a tre giovani donne. Costoro erano le figlie del re dell’Attica, Cecrope, quello stesso che aveva deciso di assegnare ad Atena la supremazia della città per aver ricevuto in dono da lei l’ulivo. Le giovani ebbero l’ordine di non aprire il cesto che nascondeva il piccolo, ma, incapaci di resistere alla curiosità, esse rimossero il coperchio e restarono sconvolte da quello che ebbero davanti agli occhi. Impazzirono, infatti, alla vista del mostruoso neonato, per metà bambino e per metà serpente. D’altronde, con quel padre deforme, come poteva essere altrimenti? La follia spinse le giovani a gettarsi dall’Acropoli, proprio dal punto dove oggi si erge l’Erettèo.

Il tempio è troppo noto dalle immagini dei libri per non essere immediatamente riconoscibile. La sua loggia elegante, ancorché pesante di spessi marmi, è sostenuta dalle sei celeberrime Cariatidi che fungono da colonne. Sono copie delle restanti cinque originali, di cui quattro conservate nel Museo dell’Acropoli e la quinta al British Museum. Cariatidi è il nome dato dagli scultori che ebbero a modello bellissime ragazze di Karyai, in Laconia. Gravi e solenni nel loro incanto supremo, mirabili da non credere che siano esistiti artisti capaci di creare tanta grazia, quei volti rotti e corrosi dall’età sono forti di una forza che sembra sfidare il tempo e sono vivi perennemente nel marmo che in queste raffigurazioni impareggiabili della bellezza diventa materia vivente.

L’Erettèo è la massima espressione dell’architettura ionica. Accurato nell’equilibrio delle proporzioni, esso è disposto su livelli diversi e si compone del tempio principale e di due portici, quello settentrionale e quello meridionale. Contiene due celle, dedicate rispettivamente ad Atena e a Poseidone, finalmente riconciliati dopo la contesa per il dominio della città. Delle statue non esistono tracce. Quella di Atena Polìas era di legno di ulivo e rappresentava la dea che imbracciava uno scudo circolare con la raffigurazione della testa pietrificatrice di Medusa. Ai suoi piedi una lucerna d’oro ne illuminava il corpo in maniera suggestiva. Era su questa statua che i nobili di Atene deponevano il peplo durante le Grandi Panatenee.

Sul portico meridionale s’innalzano, come detto, i calchi delle sei Cariatidi a sostenere il tetto di marmo. Su quello settentrionale, invece, si levano sei snelle colonne ioniche. Una crepa nel pavimento è visibile (ma non ai visitatori) il segno che, secondo la tradizione, fu lasciato dal tridente scagliato da Poseidone.

 

È quasi buio ormai, quando esco dalla porta Beulé dell’Acropoli. Questa porta che è l’ingresso originario ai Propilèi, fu riportata alla luce verso la metà dell’ottocento da un archeologo francese che a essa diede il nome. Si trova a metà della rampa che conduce ai Propilèi stessi. In epoca romana era sormontata da una statua del generale romano Agrippa, vincitore di una gara ai giochi panatenaici.

Sono stanco dopo oltre quattro ore di cammino faticoso sotto il sole, come sollevare una colonna del Partenone, eppure leggero come un volo di storni fra tanta grazia rapitrice. Non sognavo che il momento in cui mi sarei seduto da qualche parte per bere qualcosa di fresco. Ci sono riuscito senza molte difficoltà, ma solo dopo aver percorso ancora un po’ di strada che mi ha portato al centro di Plaka, il quartiere più tipico della città. Mi sono limitato a una birra fredda e amarissima prima di ritornare in albergo. Qui, dopo una doccia che non m’ha tolto di dosso la stanchezza, sono caduto di peso nel sonno più profondo con gli occhi addolciti dalla visione di immagini che sfumavano nella fantasia…

 

Mi sono svegliato alla mia solita ora questa mattina, ma qui erano già le otto e venti. Non ho fretta, certo, eppure ho tanta ansia di muovermi. Voglio vedere tutto di Atene, tutto quello di cui so qualcosa e soprattutto quello di cui nulla so. Mi affretto a fare colazione con una ciotola abbondante di yogurt greco e un cucchiaio di miele. Eccedo nelle proporzioni. Non sono abituato a tanta abbondanza alimentare di mattina. Ma come resistere allo yogurt di qui che, se possibile, è ancor più delizioso di quello che trovo (di rado) da noi?

La prima visita della giornata l’ho dedicata all’Olimpieion, il sito a sud-est dell’Acropoli. Non resta molto di esso, eppure era uno dei templi più superbi dell’antichità, dedicato a Zeus Olimpio: poco più di una quindicina di colonne corinzie, elegantissime con un diametro di base di quasi due metri e gli elaborati e lontani capitelli di foglie d’acanto a diciassette metri di altezza. I lavori di costruzione di questo santuario, avviati nel VI secolo a.C. furono portati a termine solo con Adriano, cioè quasi sette secoli dopo. Una straordinaria statua di oro e avorio di Zeus era custodita nell’immensa cella all’interno. Adriano, che della Grecia e della sua cultura subiva un’attrazione addirittura maniaca, ne onorò la gloria arricchendo, particolarmente Atene, di eccezionali opere d’arte. Oltre al tempio di Zeus, per esempio, fece costruire l’arco che porta il suo nome, proprio per commemorare il completamento dei lavori dell’Olimpieion.

Quest’arco è un perfetto esempio di architettura classica, in marmo pentelico. Mi sono fermato a lungo a osservarne la posizione: proprio di fronte all’Acropoli, ma anche a significare, forse, la separazione tra l’Atene dei Greci da quella dei Romani. Esattamente come Adriano stesso voleva che fosse. Sui due fregi delle facciate, infatti, fece apporre le scritte: Questa è Atene l’antica città di Teseo, su quella che guarda verso l’Acropoli e Questa è la città di Adriano, non di Teseo, su quella orientata verso l’Olimpieion.

Mi sembra una vera crudeltà lasciare questo gioiello, che miracolosamente sopravvive dopo mille e novecento anni, alla mercé dei gas aggressivi delle auto che percorrono l’incrocio antistante, ossia quello delle due trafficatissime arterie Vasilissis Amalias e Vasilissis Olgas. Non resisterà per molto, credo, se non saranno prese misure cautelative. Mi sono permesso di scrivere una nota in questo senso al sindaco della città, che so donna sensibile all’arte e alla storia.

 

Adriano, come ho detto, non si limitò a quest’arco e all’Olimpieion. Non meno importante tra i suoi lasciti architettonici è la Biblioteca, a nord dell’Agorà Romana, che comprendeva un chiostro sconfinato delimitato da non meno di cento colonne. L’edificio raccoglieva preziosi testi e comprendeva, oltre alle sale di lettura, anche un teatro. Di tutto questo non resta molto oggi: solo tracce dell’antico splendore nell’immenso spazio del chiostro coperto di frammenti di marmo, da capitelli sbrecciati, da tratti di frontoni, da lesene e da rocchi di colonne.

Seguendo il percorso pedonale della Dionissiou Areopagitou, mi sono soffermato a visitare il Teatro di Dioniso e, subito dopo, l’Odeion di Erode Attico.

Enorme è il primo e antichissimo tanto da farne risalire la prima costruzione in legno al VI sec. a.C. Il teatro in pietra e marmo attuale risale, invece, alla metà del III sec. a.C. e si deve a Licurgo. Qui si rappresentavano le opere di Eschilo, di Sofocle e di Euripide, i tra grandi tragici, e talvolta le commedie, quanto spesso licenziose, di Aristofane. L’Odeion è invece un piccolo teatro, un tempo coperto, graziosissimo, ai piedi dei Propilèi e del tempio di Atena Nike. Porta il nome di un facoltoso cittadino romano, di padre ateniese, Erode Attico, che lo dedicò alla consorte. Erode, che era amico di Adriano, ricco e colto, con lui competé nell’arricchire la città di capolavori.

Mattia Branco

Ho diretto,ho collaborato e collaboro con periodici locali e riviste professionali. Attualmente conduco uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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