“A CAPUA C’ERA UNA NOTISSIMA SCUOLA GLADIATORIA, COMPOSTA DA SOLI SCHIAVI DI GRANDE STATURA E FORZA, CHE VENIVANO ADDESTRATI PER DARE VITA A SPETTACOLI CRUENTI, DOVE SOLO CHI VINCEVA AVEVA LA POSSIBILITÀ DI SOPRAVVIVERE”

 

 

di Emilia D’Ambrosio

Svetonio (I-II secolo d.C.)

 

La scuola gladiatoria di Capua, la più importante del mondo romano insieme a quella di Roma e di Pompei. Di proprietà del lanista Lentulo Batiato divenne ancor più nota grazie alla vicenda di Spartaco, il gladiatore trace costretto a combattere all’interno dell’Anfiteatro Campano contro belve feroci e contro altri gladiatori com’era diffuso in quell’epoca per divertire popolo e aristocrazia.

Spartaco, esasperato dalle inumane condizioni che Lentulo riservava a lui e agli altri gladiatori di sua proprietà, decise di ribellarsi e nel 73 a. C. proprio dall’Anfiteatro capuano guidò la rivolta degli schiavi durante la quale altri 70 gladiatori lo seguirono fino al Vesuvio, prima tappa della rivolta spartachista.

La datazione dell’Anfiteatro è ancor oggi incerta, ma la maggior parte degli studiosi, sulla base di un’iscrizione rinvenuta nel settembre 1726 dal Mazzocchi, crede che il merito del rifacimento sia da attribuire alla Colonia Giulia che popolava la città di Capua, mentre l’ampliamento e l’aggiunta di un propileo adorno di statue, agli imperatori Adriano ed Antonino Pio.

Iscrizione anfiteatro capua

Iscrizione conservata al Museo Campano

L’iscrizione mutila ed integrata dallo stesso Mazzocchi è

[COLONIA. IV]LIA. FELIX. AVG[VSTA CAPVA]

FECIT

[DIVVS. HAD]RIANUS AVG. [RESTITVIT]

[IMAGINES. E]T. COLVMNAS AD [DI. CVRAVIT]

[IMP. CAES. T. AEL]IVS. HADRIANV[S. ANTONINVS]

[AVG.] PIVS. DEDICAVI[T]

 

L’arena dell’anfiteatro:

La forma dell’edificio è ellittica, l’asse maggiore misura 170,28 metri e l’asse minore 139,92, mentre in altezza raggiunge i 46,06 metri. L’arena presenta le stesse dimensioni di quella del Colosseo ed è lunga 76,29 metri e larga 45,93. L’edificio, che servì verosimilmente come modello per l’Anfiteatro Flavio, appariva formato da tre ordini di arcate sovrapposte sormontate da un quarto piano costituito da una parete.

Le arcate del primo piano immettevano in un doppio portico aperto, sostenuto da pilastri e coperto a volte. La parete del quarto piano era decorata da lesene, e tra queste si aprivano delle finestre le quali illuminavano un corridoio che serviva per riporre il velario, impiegato per proteggere gli spettatori dal sole o nelle giornate di maltempo e maneggiato dai marinai della flotta di Baia.

La chiave di volta (concio posto al culmine di un arco o di una volta) di ogni arco era ornata da un busto a bassorilievo di divinità, come ci testimoniano i due ancora in loco raffiguranti Diana e Giunone. Statue intere si trovavano invece nei vani dei piani superiori e se ne conservano tre esposte al Museo Nazionale di Napoli: Adone o Apollo di Capua, Afrodite o Venere di Capua e Psiche.

 

corridio anfiteatro capua

Sotterranei

L’arena è chiusa da un muro che sostiene il podio mentre i sotterranei, ancor oggi visitabili, assumono le sembianze di un labirinto e presentano pilastri di mattoni che sostengono le volte su cui poggia l’arena. Le belve destinate agli spettacoli gladiatori venivano trasferite, tramite un tunnel sotterraneo, dall’edificio detto Catabulum ai sotterranei.

 

Gli spettatori, invece, venivano ospitati nei 45.000-50.000 posti della cavea, distinta in bassa (podio), in media (gradinate di marmo) e alta.

 

Portico del primo piano con volte a botte

 

 

Dopo la grande fortuna avuta in epoca imperiale, l’Anfiteatro Campano è stato oggetto di numerose ingiurie. Dall’uso, durante il medioevo, come cava di materiali per la costruzione di una moltitudine di edifici capuani, a monumento quasi dimenticato e sepolto tra le sterpaglie che lo insidiavano.

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato e collaboro con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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