DIVENTARE BANCHIERI DI DIO!

15 Novembre 2020 – XXXIII DOMENICA (TO/A)

 DIVENTARE BANCHIERI DI DIO!

Gruppo biblico ebraico-cristiano השרשים הקדושים

francescogaleone@libero.it

Prima lettura: La donna perfetta lavora volentieri con le sue mani (Pr 31,10). Seconda lettura: Come un ladro di notte, così verrà il Signore (1Ts 5,1). Terza lettura: A ognuno diede i suoi talenti, secondo la sua capacità (Mt25,14).

1) Anzitutto una premessa: il talento era una specie di lingotto d’argento del peso di trenta chili; quindi, chi ha ricevuto cinque talenti, ha ricevuto un carico di ben 150 chili! Nessuna paura, perché il padrone dà a ognuno secondo le sue capacità: Dio non pretende che ognuno renda come san Paolo o sant’Agostino o san Francesco. Dio ci affatica secondo le nostre possibilità! Mi piace tanto questa pagina di vangelo, che mi permette di dare un colpo – definitivo e mortale spero! – a quella falsa immagine di Dio, che molta gente ha nella sua coscienza, quella

che Dio è un giudice minaccioso. Fin da bambini, ci hanno detto: “Non fare questo, ché Dio ti castiga!”. Logicamente, quando un bambino sente una cosa del genere, la prima cosa che pensa è che Dio costituisce una minaccia. Poi, dopo qualche tempo, nelle catechesi o nelle prediche, anche da non poche cattedre di teologia, ai cristiani è detto che Dio chiederà conto a tutti. È la teologia del giudizio. Molte persone hanno l’idea che quando capita una disgrazia (una malattia, un terremoto, una catastrofe, una pandemia da coronavirus…), questo è un castigo di Dio, a causa dei nostri peccati. A volte diciamo: Cosa ho fatto per meritare questa disgrazia?”. Il libro di Giobbe è lì a provarlo! E sono cose non solo da Medioevo! È assolutamente urgente farla finita con l’immagine del Dio che minaccia! Per fare ciò, sarà utile spiegare bene la parabola dei talenti (Mt 25,14; Lc 19,11). La parabola ci racconta che Dio dà a ognuno una quantità determinata di “talenti”, di cui bisognerà rispondere a Dio, fino all’ultimo centesimo, il giorno del nostro giudizio. Ebbene, interpretata così, la parabola si falsifica perché Dio diventa una minaccia e un giudice insopportabile.

2) Le storie che Gesù raccontava si comprendono quando sono collocate nella loro situazione concreta. Ebbene, Gesù visse in situazioni conflittuali, prima con i farisei e più tardi con i sacerdoti. Dice J. Jeremias che le parabole esprimono “prevalentemente situazioni di lotta, di difesa, di attacco, anche di sfida” (Le parabole di Gesù). Ma contro chi combatteva Gesù quando raccontò la storia dei talenti? Per rispondere, è importante tener conto che Matteo colloca la parabola in un momento di massima tensione e di scontro. Luca, invece, la colloca per smontare le false aspettative sull’imminente fine del mondo. Tutto ciò è importante per comprendere la parabola.

La parabola dice che quello che aveva ricevuto un solo talento, questi fu condannato (Mt 25,30) e il perché, Gesù lo spiega in tutta chiarezza. Si trattava di un individuo che aveva la convinzione che Dio fosse “duro” (Mt 25,24). Costui aveva un’idea terribile di Dio, “aveva paura” e nascose il talento sottoterra”: precisamente per questo venne condannato. La parabola dei talenti è una parabola di conflitto con i farisei. Il Dio dei farisei era un Dio terribile, minaccioso e giustiziere. Gesù comprese che la cosa più importante era smontare una simile immagine di Dio.

3) Dio non è il padrone che paga secondo il rendimento di ciascuno. Nella società in cui viviamo, quasi tutti sono convinti che ognuno ha diritto a essere pagato per quel ch’è giusto, cioè che ogni persona debba guadagnare in rapporto a quanto produce. E perciò v’è gente che si lamenta, a giusta ragione, che è pagata meno (a volte, molto meno) di ciò che dovrebbe guadagnare. Per questo, molto spesso, le relazioni tra i datori di lavoro (i padroni) e i lavoratori risultano molto conflittuali. La ragione dei conflitti è quasi sempre la stessa: chi comanda e ha il denaro vuole che chi lavora, lavori di più, per poter ottenere maggior guadagno; mentre il lavoratore si lamenta perché non lo pagano in rapporto a ciò che produce. Ognuno cerca il proprio interesse. Tutto ciò sembra molto logico.

4) Ma il criterio che a ognuno si paghi secondo i meriti, è valido quando si applica alle relazioni lavorative in una fabbrica. Tale criterio non serve quando si tratta di relazioni basate sull’amore e sull’affetto. Perciò, sarebbe una balordaggine se un padre o una madre si mettessero a calcolare, alla fine della giornata, il “rendimento” e i “benefici” che il figlio ha prodotto loro quel giorno. Se un padre o una madre si relazionassero così con i propri figli, diremmo che questo padre o questa madre hanno perso la testa. E, naturalmente, il cuore! Ebbene, capita che tutti i giorni noi applichiamo questa stessa balordaggine anche a Dio, dicendo che Dio premierà ognuno secondo i suoi meriti. O che bisogna fare tale opera buona o tale sacrificio perché Dio ne tenga conto, o per meritare più gloria in cielo. Perciò v’è gente “pia” che prega, che ricorre ai santuari e che fa non so quali penitenze, poiché è convinta che in tale posto o davanti a tale immagine della Vergine o di un

Santo si guadagnano più meriti. Davvero, di Dio diciamo tranquillamente cose che non ci permetteremmo mai di dire di nessuna persona decente (Antony de Mello).

5) La parola latina meritum e i suoi equivalenti nelle lingue occidentali (mérite, merit, Verdienst) hanno un senso prevalentemente giuridico, il che implica il pericolo di falsare le nostre relazioni con Dio, che trasformiamo incoscientemente in un giudice o in un padrone o in un esattore, che presenta il conto ai suoi sudditi o impiegati. È vero che il concilio di Trento, nel capitolo 16 del decreto sulla “Giustificazione”, tratta del carattere meritorio delle nostre buone opere. Ma è

importante ricordare che le nostre opere meritorie, per quanto siano nostri propri atti, sono un dono di Dio. S. Agostino è chiaro: non abbiamo nessun diritto davanti a Dio, dal momento che tutto il bene che facciamo è dono della grazia. Dio fece, dei suoi doni, meriti nostri: “qui fecisti tua dona nostra merita”. Noi cristiani dobbiamo liquidare il Dio che paga secondo i “meriti” d’ognuno.

6) Se qualcosa rimane chiaro nella parabola, è che il proprietario (Dio) non si relaziona con noi secondo il criterio di pagare a ognuno secondo i suoi meriti, ma in accordo con il principio di relazionarsi con ogni essere umano, a partire dalla sua generosità. Infatti così termina la parabola precedente: “Tu sei invidioso perché io sono generoso?” (Mt 20,15). Dal punto di vista dell’etica imprenditoriale e sindacale, sarebbe un’assurdità, la rovina del mercato e della giustizia che noi

uomini abbiamo stabilito. Per nostra fortuna, Dio non è un imprenditore e nemmeno è il divino imprenditore” che gestisce gli affari del cielo, perché nemmeno il cielo è un “affare” soprannaturale. Dobbiamo comprendere che essere chiamati da Lui è già una grazia, un premio, un onore! Nel suo Regno non ci sono primati di anzianità; non è questione di anni di servizio ma di intensità di amore. Dio non controlla le ore di lavoro. Per Lui è sempre ora! E bisogna evitare di

mercanteggiare con Dio, di fargli l’inventario dei nostri meriti, e delle tante ore di lavoro nel suo Regno. E’ una mentalità da mercenari! Non dobbiamo essere invidiosi, cioè “non-vedenti”: il nostro peccato è l’occhio cattivo, il pensiero maligno, la meschinità. L’invidia è uno dei sentimenti peggiori, e purtroppo è frequente, anche tra persone di Chiesa!

7) Le vie di Dio non sono le vie dell’uomo; i pensieri di Dio non sono i pensieri dell’uomo (Is 55,9). Dio non è ciò che noi diciamo di Lui. Dio è la diversità, il santo inaccessibile, altro e oltre le nostre teologie; Dio è sempre oltre le pareti delle nostre conclusioni, è al di là, con gli esclusi. Dobbiamo conservarci sempre molto critici con le nostre rappresentazioni di Dio; potremmo correre il rischio di difendere i diritti di Dio, e in realtà lottiamo per difendere le nostre idee e, forse, i nostri interessi. L’uomo di ogni gruppo sociale tende a raffigurarsi Dio secondo le proprie esigenze. Lo aveva già insegnato il buon Senofane di Colofone, già nel VI secolo avanti Cristo: “Se i buoi, i cavalli, i leoni avessero mani, e potessero con le loro mani disegnare e fare anch’essi quello che fanno gli uomini, i cavalli disegnerebbero gli dèi simili a cavalli, i buoi simili ai buoi, e i leoni simili ai leoni”; e in un altro frammento scriveva: “Gli etiopi dicono che i loro dèi sono camusi e neri, i traci invece dicono che i loro dèi sono cerulei di occhi e rossi di capelli” (D.K.21 B11). La fede, cioè, assume una morfologia dipendente dalla società. Per sapere quanto la nostra teologia sia giusta, sia “cattolica” di nome e di fatto, ci dobbiamo chiedere se c’è posto per tutti; se non c’è posto per tutti, quella teologia è certamente sbagliata; è proprio nella capacità di accogliere ogni uomo che si dimostra la validità di una rappresentazione teologica. Incarnazione significa che ogni teologia deve diventare antropologia! Se non comprendiamo e non facciamo questa verità, Dio si farà beffe di noi, delle nostre teologie (Mt 21,28).

8) Con i Santi, soprattutto, abbiamo sviluppato, purtroppo, una mentalità sacro-mercantile. Al pari dei numeri di emergenza, abbiamo un lungo elenco di Santi dell’SOS. Oggetti smarriti? S. Antonio. Casi impossibili? S. Rita. Pericoli di viaggio? S. Cristoforo. Malattie di gola? S. Biagio. Difficoltà scolastiche? S. Giuseppe da Copertino. Amori difficili? S. Valentino. Pericoli di esplosioni? S.

Barbara… E ci potrebbe capitare di chiedere informazioni all’ufficio sbagliato ed essere indirizzati altrove! È un male che nella chiesa rimangano ancora pratiche antiche che, senza volerlo, favoriscono tale mentalità, per esempio quando alla gente si predica che, mediante tale pellegrinaggio o tale giubileo, mediante tale medaglia miracolosa o tale pratica devota… si “guadagnano” (più tecnicamente: si “lucrano”) tali “meriti” o “indulgenze” parziali o plenarie per arrivare più veloci alla vita eterna. Facciamo un pessimo servizio a Dio quando presentiamo le pratiche religiose come sistemi d’interscambio, di affari e di guadagno, come se il Padre di Gesù, e Padre nostro, stesse a tutte le ore con il libro dei conti in mano, per pagare subito a ognuno quel che s’è guadagnato. Dio merita un rispetto che non ha niente a che fare con questo mercimonio, umano troppo umano! Menschliche, allzumenschliche! Buona Vita!

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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