V domenica del tempo ordinario (B)

Domenica 8 febbraio 2015

V domenica del tempo ordinario (B)Gesù con gli apostoli
Il Signore ci guarisce, per servire i fratelli!
“Commento di don Franco Galeone”
(francescogaleone@libero.it)
 
Guarire il corpo per salvare l’anima

Va messo in evidenza quel sapore domestico della scena di fondo, quel sapore di cose effettivamente accadute e vedute, quella naturalezza con cui coesistono soprannaturale e naturale, fede e vita, cielo e terra. Forse è stato lo stesso Simon Pietro a raccontarle così al suo discepolo Marco! I miracoli sono riferiti in tutta semplicità; lo stesso Gesù, nell’atto di compierli, si mostra senza piedistallo, persona tra persone. Poche pagine, come questa, ci fanno percepire la sua doppia natura, il suo essere vero uomo e vero Dio. Anche quel suo non volere essere riconosciuto per il Messia, ci ricorda che egli ha temuto la fede più facile, quella che crede nel Dio dei miracoli; egli invece chiederà a noi la fede più difficile, quella che crede nel Dio della croce. Mi pare di leggerlo in quelle parole: “Andiamocene altrove”. La vita di Cristo fu segnata da questa preoccupazione: non lasciarsi catturare dall’uomo, perché l’uomo vuole un dio a sua immagine e consumazione. Gesù chiede prima la fede; il miracolo forse verrà dopo. La guarigione del corpo mira alla guarigione del cuore.

Marco ha la tendenza a organizzare lo spazio e il tempo:

▪ lo spazio è dato dalla sinagoga, la casa, la porta di casa; il luogo della preghiera pubblica e il luogo della vita privata. L’indicazione è evidente: Marco mette insieme lo spazio religioso e quello profano, il pubblico e il privato. A Gesù interessa l’uomo nella sua totalità. Il vangelo non può essere relegato solo nel sacro recinto;

▪ il tempo è dato dall’organizzazione della giornata: in una sola giornata Marco concentra avvenimenti accaduti anche in giorni diversi; gli avvenimenti di questa “giornata-tipo” non è necessario che siano accaduti nell’arco di 24 ore: Gesù insegna nella sinagoga, guarisce la suocera di Pietro, guarisce molti malati al tramonto, si rifugia a pregare tutto solo. La giornata si apre con la preghiera pubblica e si chiude con la preghiera personale. E le nostre giornate? Iniziano e si chiudono con un segno di croce, con un grazie a Dio, a cui dobbiamo tutto?

 

Tutti ti cercano!

E’ una umanità sofferente, dalle origini ad oggi. A volte la fede inizia proprio dalla scoperta di questa condizione fragile. La condizione umana viene rappresentata non in modo metafisico ma crudamente realistico. E Gesù non solo predica ma guarisce. Predica nelle sinagoghe e scaccia demoni. E’ tutto l’uomo che Gesù vuole salvare, mente e corpo, spirito e materia. Egli cura gli infermi e predica il vangelo, moltiplica i pani e promette l’eucaristia, guarisce evangelizzando ed evangelizza guarendo; il vangelo usa lo stesso verbo “sòzein” per indicare la guarigione del corpo e la salvezza dello spirito. In ogni malattia, anche nella febbre della suocera di Pietro, c’è il segno della fragilità. La malattia non è un incidente casuale ma una necessità causale; è l’anticipazione di una fine, è l’artiglio della corruttibilità piantato nella carne. Quando vediamo questa ontologica fragilità umana divenire fenomenica nella malattia, nella vecchiaia, nella solitudine … dobbiamo stare attenti a non scivolare nella facile retorica. Daremmo ragione a K. Marx quando scrive che la religione è il sospiro della creatura oppressa e l’oppio del popolo. Gesù è invece umano sino al miracolo; egli non incontra tanto il male quanto i malati, non i diavoli ma i poveri diavoli. Gesù lo troviamo molto raramente tra la gente per bene, integrata nella società, in mezzo a uomini sufficienti ed efficienti. Davanti a loro spesso tace, come di fronte a Pilato, al sommo sacerdote. Quei malati nei lettucci sono stati il primo pubblico di Gesù; egli non ha portato il vangelo nei centri del potere politico o culturale o religioso.  

 

Guarita dalla febbre, si mise a servire

Le suocere, si sa, non godono di buona fama. Ma questo episodio del vangelo costituisce un vero e proprio elogio della suocera, ci rende simpatica questa donna di cui non conosciamo nulla, se non che era la suocera dell’apostolo Pietro. A ben riflettere, questo dev’essere anche il nostro itinerario di fede. Ognuno ha le sue “febbri”, i suoi piccoli e grandi vizi, difetti, passioni … Occorre guarire, meglio essere guariti, perché, come per la suocera, la salvezza non viene da noi, ma da Dio. La vita di ogni uomo è sovente un alternarsi di febbri e guarigioni, di malattie e di servizio. Quando si ha la febbre di qualche passione o distrazione, non si può servire. Sarebbe tragico se, una volta guariti dalla febbre, utilizzassimo la vita e la salute per correre dietro a nuove febbri. Certamente Gesù non guarisce la suocera per motivi utilitaristici né per essere servito. Ma ogni grazia è un appello, ogni guarigione un invito. Preghiamo questa suocera santa, perché anche noi, una volta guariti, ci mettiamo a servire il Signore e i fratelli. Liberàti per liberare e servire: ecco il nostro itinerario spirituale!    

 

Come pregava Gesù

Gesù sceglieva con cura il luogo (il deserto, la montagna, il lago), il momento, le circostanze. Nella sua vita piena di lavoro, come la nostra, spesso gli era difficile trovare il tempo necessario per pregare. Allora si alzava prima dell’alba, si ritirava la sera, vegliava la notte. A volte, per trovare un po’ di calma, si faceva condurre in barca dagli apostoli, al largo, lontano. Nonostante tutte queste attenzioni, spesso interrompevano la sua preghiera: “Tutti ti cercano!”. Lui però non si lasciava ingannare dagli amici né dal successo. Ma Gesù, il figlio di Dio, quale grazia o quale perdono doveva chiedere a Dio? A Gesù non sono state risparmiate l’oscurità, la ricerca, la sofferenza, la morte. A volte era stanco per la cattiveria degli uomini: “Razza incredula e perversa, fino a quando vi sopporterò?”; indignato per la durezza del loro cuore (Mc 3,5), impaziente per la loro ottusità (Mt 8,17). Gli era necessario calmarsi, per ritrovare la vicinanza del Padre, il senso ultimo della sua vita, la sua pazienza con gli uomini, la sua fede nel potere dell’amore. Tornava così dai suoi rinnovato, trasfigurato, luminoso. Ha conosciuto la tentazione del maligno, della solitudine, del tradimento; ha chiesto al Padre di essere liberato dalla sofferenza, di non bere il calice della morte. Ma poi, grazie alla preghiera, ritrovava la sua vera natura, ridiventava così il Figlio. E quando si era riunito al Padre, aveva una sola preghiera: “Padre, la tua volontà sia fatta!”. La vera preghiera è imitazione di quella di Gesù: non una preghiera di sudditi ma di figli pieni di fiducia: “Padre, io so che tu mi esaudisci sempre. Padre, io so che tutto ciò che è tuo è anche mio”.  Quanto tempo dovremo pregare per riuscire a pregare così?   

 

 

Mattia Branco

Ho diretto,ho collaborato e collaboro con periodici locali e riviste professionali. Attualmente conduco uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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