CHARLIE HEBDO: UN MASSACRO ANNUNCIATO

 

di Raffaele Cardillo

La sede di Charlie Hebdo

La sede di Charlie Hebdo

Un attacco terroristico di matrice jihadista al cuore dello Stato francese, un vile attentato alla culla della democrazia: quasi l’intera redazione del giornale satirico “Charlie Hebdo” è stata eliminata a colpi di kalashnikov da un commando di due cittadini di etnia algerina e naturalizzati francesi che, con una ferocia senza precedenti, hanno giustiziato dei giornalisti inermi, rei di aver oltraggiato con la loro matita caustica, l’immagine del profeta e del loro dio Allah.

Un insulto perpetrato alla libertà d’informazione e di espressione da un gruppo di esagitati che perseguono con fredda determinazione, ogni possibile dissenso circa il loro credo, soffocando con il sangue lo spirito ribelle che anima gli uomini liberi.

A uno scontro di religione si somma quella di una civiltà, che mal digerisce possibili supremazie e cerca, con l’uso della forza, di dissuadere prima e annientare poi, qualsiasi forma di argomentazione che metta in discussione le linee guida, i principi ispiratori di un islam ormai preda da mille estremismi che ne minano la compattezza e l’attendibilità nel mondo.

Il fanatismo religioso è una bestia difficile da abbattere, non c’è ragione che tenga, è estremamente pervasiva con la rinuncia a qualsiasi forma di dialogo.

Gli indottrinamenti dei vari imam che si ergono a paladini e difensori di una fede che predica la violenza come mezzo di dissuasione, diventano facile presa su gruppi di diseredati che addestrati all’uso delle armi, compiono ogni sorta di nefandezze fino al martirio, considerato il giusto premio per l’ingresso nei giardini di Allah.

Il terribile della vicenda è che, nonostante l’essere, assimilati come cittadini del luogo di appartenenza e quindi godere di tutti i privilegi del loro status, la loro avversione inveterata verso i paesi ospitanti, sommata al mancato instaurarsi di un’empatia coinvolgente, fa sì che essa esploda con tutta la sua virulenza disseminando morte e distruzione.

Si sta assistendo a un nuovo di terrorismo denominato molecolare che discende, dai “foreign fighters” alias combattenti stranieri che aderiscono col partecipare alle iniziative di presunti califfati, incamerandone la violenza e la truculenza operativa e, soprattutto, assorbendone i dogmi e i loro punti focali.

Il fatto nuovo e sconvolgente è che non esiste una centrale strategica del terrorismo, ma piccoli gruppi che si muovono sul territorio, non c’è uno che comanda ma qualcuno che ispira e quindi diventa troppo alto il tasso d’imprevedibilità, da qui la difficoltà ad arginare il fenomeno.

Diventa di conseguenza il ricorso, oltre all’intelligence tecnologica, al fattore umano che, attraverso il reclutamento dei migliori cervelli, si possa costituire una “force de frappe” capace di scompaginare le derive fondamentaliste.

Si sta assistendo a una sorta di metamorfosi kafkiana del pensiero islamico, un annientamento della personalità sottoposta a rigidi comandamenti, dai quali è impossibile prescindere.

Ci inoltriamo adesso nel percorso tortuoso del diritto di satira, in altre parole fino a che punto si può spingere senza che sia turbato l’equilibrio dell’eventuale bersaglio?

La satira può essere considerata inviolabile?

Secondo Hegel essa rappresenta “una peculiare forma d’arte romana (satura quidam tota nostra est) che è mossa da una virtuosa indignazione nei confronti del mondo circostante e suscita una piacevolezza sottile e raffinata”.

Si può essere formalmente d’accordo sul predetto assunto sempreché, la vittima predestinata, sia fornita del “sense of humour” prerogativa di anime non disturbate e quindi aduse e disponibili a eventuali contraddittori.

Non sempre, però, questi lazzi e sberleffi sono accolti con il dovuto garbo ed ecco il riemergere dei residui ideologici dell’islam che scatenano micidiali rappresaglie nei confronti dell’odiato Occidente.

Con l’edizione del nuovo numero del 14 gennaio “Charlie Hebdo” ricompare nelle edicole di tutto il mondo, con un titolo significativo “tout est pardonné” mostrando un Maometto con un rivolo di pianto che esibisce un cartello con la scritta “je suis Charlie” quasi un immedesimarsi, del profeta, nello spirito libertario che anima il giornale satirico fin dalla sua fondazione, perché una matita appuntita sarà sempre al di sopra della barbarie, perché la libertà è un diritto universale e non può essere soffocata da alcuna censura e dalle pallottole di un kalashnikov!

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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