SERVIRE LA CHIESA, AMANDO IL REGNO

26 LUGLIO 2020 – XVII DOMENICA T O. (A)

SERVIRE LA CHIESA, AMANDO IL REGNO

gruppo biblico ebraico-cristiano השרשים  הקדושים

francescogaleone@libero.it

Prima lettura: Ti concedo un cuore saggio e intelligente (1Re 3,5).

Seconda lettura: Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio

(Rm8,28). Terza lettura: Vende tutti i suoi averi e compra quel campo

(Mt 13,44).

La domenica “del tesoro nascosto”

1) Le due parabole, quella del tesoro e della perla, mettono in evidenza la preziosità del Vangelo predicato da Cristo. L’accento va messo sul “guadagno” e non sulla “perdita”. L’operazione va fatta con gioia e in fretta, perché si tratta di un buon affare! Ci troviamo davanti a due scene rapide, come uno sketch. Nessuna meraviglia: il Vangelo è un lieto annuncio! A volte pensiamo che Gesù ci voglia rendere poveri; mettiamo l’accento sul fatto che occorre vendere tutti gli averi. No, egli ci vuole arricchire di beni superiori, e per questo ci chiede di rinunciare ai beni inferiori. È una rinuncia a ciò che vale di meno, una rinuncia positivamente calcolata, per questo è gioia, va fatta in fretta. Anche il Vangelo di questa domenica è tutto un fascio di parabole. Si respira aria di festa nelle parabole di oggi. Ci si muove in fretta, quasi danzando. Un uomo trova un tesoro in un campo; pieno di gioia, vende tutto, e acquista il tesoro (non badiamo alla morale: nelle parabole va colto il messaggio). Un mercante trova una perla eccezionale; pieno di gioia, vende tutto, e acquista la perla. Notare: il primo trova il tesoro per caso, il secondo era alla continua ricerca di perle. Come dire: trovare Dio è vario, imprevedibile: qualcuno lo trova nella sua prima infanzia, qualche altro in punto di morte. Per nostra fortuna! Gesù, oltre alle splendide parabole tratte dalla campagna, ne racconta un’altra ambientata sul lago. Un nitido quadretto: la rete raccoglie ogni genere di pesci, e i pescatori mettono i pesci buoni nei canestri, e buttano via quelli cattivi. Il finale fa commuovere e sorridere insieme. Gesù chiede. “Avete capito?”. E i suoi discepoli in coro: “Sì”. Gesù avrà sorriso, pensando a tutti i loro litigi su chi fosse il primo, il migliore, il preferito. Ma qualcosa di nuovo lo hanno imparato, sono più aperti verso le “cose nuove”! Ne impareranno tante altre, da far venire

le vertigini. L’uomo nuovo, però, nascerà solo dopo il fuoco della Pentecoste!

2) “Tesoro” è l’epiteto che più spesso ricorre sulle labbra degli innamorati. Non si può vivere senza legare il cuore a un tesoro. Neppure Dio può farne a meno, infatti “si è scelto Israele” (Sal 135,4). Nella scelta del tesoro possiamo anche ingannarci. Gesù ci avvisa: “Non accumulatevi tesori sulla terra” (Mt 6,19). E veniamo al nostro amico Salomone, il figlio di Davide. Gli ultimi anni di Davide non furono tranquilli: tre dei suoi figli morirono in queste sommosse e rivolte. Gli intrighi di palazzo ebbero fine quando Salomone prese il potere. Fu un abile politico, grande costruttore, uomo ricco e famoso per la saggezza. Nell’Antico Testamento il suo nome è citato circa 300 volte e significa pace, prosperità. Da tutto il mondo accorrevano a Gerusalemme per conoscerlo. La visita più celebre fu quella della regina di Saba (1Re 10,6). Era ancora giovanissimo quando David, dietro suggerimento della concubina favorita Betsabea, lo designò suo successore. Salomone sapeva di essere giovane e inesperto, perciò chiese a Dio di essere un buon re, di fare le scelte giuste, di distinguere il bene dal male (v.9). Fu l’inizio della sua fortuna!

Il segreto di un “tesoro” separa il credente dall’incredulo

3) Dalle parole del Signore risulta evidente che la vita va vissuta come un rischio, proprio come una “caccia al tesoro”. La fede è una ricerca, una sorpresa, una pienezza. Un mio amico non credente parlava della fede quasi fosse una curiosità infantile, un sottrarsi alle esigenze della ragione, un atteggiamento inesplicabile in un uomo maturo. La realtà è diversa, come due persone che guardano lo stesso campo, ma uno lo valuta solo per quello

che appare, a livello economico quindi; l’altro, invece, lo valuta molto di più, sapendo che nasconde un tesoro. Ecco, le due valutazioni sono tra loro diverse perché c’è un segreto che le separa. Anche la vita cristiana è un segreto. Già, ma finché il tesoro non viene alla luce, chi ci rassicura che non si tratti di illusione? Anche per il credente, la fede è un rischio, una “scommessa” (Pascal), un “salto” (Kierkegaard). Se si perde, non si perde nulla. Ma se si

vince? È antipatico questo discorso da totocalcio, ma lo richiamiamo solo per sottolineare che nella fede, qui, sulla terra, una dose di rischio è ineliminabile. In ogni uomo è presente un “tesoro”; il tesoro significa l’apertura a Dio, l’immagine di Dio, la fame di Dio. Il freddo razionalista porta in sé un emisfero oscuro che non ha mai potuto illuminare con le sue geometrie. In tanti di noi il “fanciullino”, che vuole danzare la vita, resta soffocato, perché

viviamo tutti in una civiltà unidimensionale. Ognuno perciò muore con una parte di sé mai venuta alla luce, con tanti sogni rimasti chiusi nel cassetto della vita. Sono verità non facili, ma possono rendere felici. I santi hanno compreso il valore del tesoro, della perla preziosa, e hanno venduto tutto il resto. Francesco di Assisi riponeva la perfetta letizia in situazioni che per noi sarebbero di estrema disperazione. Chi trova il tesoro della fede, vende tutto, si fa povero, cammina nel mondo come un re delle fiabe.

Una rete, che raccoglie ogni genere di pesci

4) Il regno di Dio non esiste sulla terra allo stato puro. Perciò nessuno, anche se impuro, deve sentirsi escluso. Questo è il tempo della misericordia di Dio che “non vuole che nessuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (1Pt 3,9). Certo, giungerà il momento della separazione e Matteo ne parla servendosi del linguaggio drammatico dei predicatori del suo tempo. Nella letteratura rabbinica si parla spesso del giudizio di Dio, non per minacciare la

punizione eterna ma per sollecitare l’uomo a fare le scelte giuste. Tuttavia, alla fine non sarà tra buoni e cattivi ma tra bene e male: solo il bene entrerà in cielo, tutte le impurità saranno eliminate dall’amore di Dio. Ciò significa negare l’esistenza dell’inferno? Il castigo eterno dell’inferno, immaginato angosciosamente da tante generazioni di credenti, è diventato motivo di controversie. Il ragionamento è semplice: non c’è proporzione tra il peccato e il castigo eterno. L’uomo è un essere finito e non può essere dannato a una pena infinita. La questione è questa: se affermiamo che Dio è Padre infinitamente buono, è possibile che mandi al figlio un castigo eterno e senza finalità alcuna? Sappiamo che a tutto ciò si suole rispondere dicendo: Dio non castiga alcuno, ma è l’uomo che liberamente si separa da Dio. Ma addossare la colpa all’uomo, per togliere la colpa a Dio, non risolve il problema. Ma Dio non vuole, veramente, salvarci tutti? Dio non ha mandato il Figlio a salvarci? La sua volontà divina non è efficace? Quando noi cristiani pensiamo all’inferno, dobbiamo ricordare ciò che ha scritto un grande esperto (H. Bietenhard) del Nuovo Testamento su tale questione: “Quando la Bibbia s’occupa della sorte dei defunti, parla attingendo a diverse concezioni

recepite, in parte, semplicemente da religioni straniere e, altre volte, dando a queste stesse idee una forma propria. Non si arriva a ottenere un’immagine unificata né una dottrina chiaramente definita”. Ciò che emerge in tutta evidenza nel Nuovo Testamento è la signoria universale e il trionfo della grazia di Cristo. BUONA VITA|

Mattia Branco

Ho diretto,ho collaborato e collaboro con periodici locali e riviste professionali. Attualmente conduco uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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