VIII Domenica del TO (C) – 27 febbraio 2022 Un cieco non può guidare un altro cieco!

Prima lettura: Non lodare un uomo prima che abbia parlato! (Sir 27, 4). Seconda lettura: Dio ci ha dato vittoria per mezzo di Gesù Cristo (1Cor 15, 54). Terza lettura: La bocca parla dalla pienezza del cuore (Lc 6, 39).

1) Come tutti coloro che insegnano la via di Dio, anche Gesù è chiamato maestro dal popolo. Anzi, questo termine (che ricorre quarantotto volte nei Vangeli) è riferito sempre e solo a lui. Gesù è però un maestro originale. Parla e si comporta in modo diverso dagli altri: non tiene le sue lezioni in una scuola, insegna lungo la strada; non esige un compenso dai suoi uditori, non riserva il suo insegnamento a una élite di intellettuali; si rivolge ai poveri della terra, a coloro che i maestri d’Israele disprezzano chiedendosi: “Come può diventare saggio colui che maneggia l’aratro, si vanta di brandire il pungolo e parla solo di vitelli?” (Sir 38,25). È un maestro libero: invece di invitare i discepoli a seguire i precetti della Legge, chiede ai discepoli che seguano lui. I maestri d’Israele basavano il loro insegnamento sulla Torah: “Così dice il Signore”. Il maestro Gesù, invece, usa l’espressione: “Ma io vi dico… ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν (egò dè lègo umìn)”, collocando le sue parole accanto a quelle di Dio.

Prima lettura (Sir 27,4-7)

2) Quando finalmente viene smascherato qualcuno che, per molto tempo, è riuscito a tessere intrighi a nostro danno, esclamiamo soddisfatti: “Un giorno o l’altro tutti i nodi vengono al pettine!”. Il Siracide non impiega il paragone del pettine, ma quelli del vaglio e della fornace (Sir 27,4- 7). In quel tempo le donne, prima di macinare il grano, lo ponevano in un setaccio e lo vagliavano con molta cura per separarlo dalle pagliuzze, dalla pula. I vasai si compiacevano della bellezza di un loro vaso solo dopo averlo cotto al fuoco. La lettura di oggi inizia dicendo che, nei confronti degli altri, noi ci comportiamo spesso come le donne che setacciano il grano: li esaminiamo, finché non riusciamo a far venire fuori tutti i difetti. Ci comportiamo come i vasai: li teniamo mesi e anni nella fornace dei nostri severi controlli. Se ci esaminassimo con il medesimo rigore, scopriremmo non solo i limiti degli altri, ma anche le nostre manchevolezze (v.4).

Vangelo (Lc 6,39-45)

3) Il Vangelo di questa domenica ci presenta un dittico, con all’interno due scene: un cieco che guida un altro cieco; un albero buono che dà necessariamente frutti buoni; le immagini sono volutamente esasperate, secondo lo stile semita; a unire i due quadri del dittico c’è una parola-cerniera: “ipocrita”, termine di origine greca (ὑποκριτής/upokritès) che significa: colui che recita in teatro una parte che non corrisponde alla vita, per cui veste da re ma è un miserabile.

4) Le parole del Signore, a differenza di quelle dei rabbini del suo tempo, non vogliono offrirci un quadro completo di precetti o di divieti, non un confine ma un orizzonte: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Il credente non vede davanti a sé un’autostrada tutta in discesa, ma un sentiero tutto da scoprire, a poco a poco, nella sequenza degli eventi. La scelta di fede non è fatta una volta per sempre, e l’insegnamento di Gesù è sempre aperto, perché conduce ad un traguardo che diventa partenza.

5) Il Vangelo inizia con un proverbio popolare molto noto: “Un cieco non può guidare un altro cieco” (Mt 6,39). Un giorno i discepoli riferiscono a Gesù che i farisei sono rimasti scandalizzati dalle sue parole. Risponde: “Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi!” (Mt 15,14). Nel brano di oggi i destinatari del drammatico ammonimento del Signore non sono però né i farisei né i giudei, ma gli stessi discepoli. Anche per loro esiste il pericolo di comportarsi da guide cieche. Nella chiesa dei primi secoli, i battezzati erano detti gli Illuminati perché la luce di Cristo aveva loro aperto gli occhi. I cristiani dovrebbero essere coloro che ci vedono bene, che sanno scegliere i giusti valori nella vita, che sono in grado di indicare il retto cammino a chi brancola nell’oscurità. Ma questo non sempre accade e Gesù mette in guardia i suoi discepoli dal pericolo di smarrire la luce del Vangelo.

6) I falsi maestri cristiani possono commettere anche un altro errore, dettato dalla presunzione: ritenere che tutto ciò che pensano, dicono e fanno sia saggio, giusto e conforme al Vangelo. Si sentono in diritto di impartire disposizioni in nome di Cristo, con tale sicurezza da dare la netta impressione che si sono sostituiti al Maestro. Esigono titoli, privilegi, onori, poteri che neppure il Maestro ha mai preteso di avere. Questi falsi maestri fanno qualcosa che lo stesso Gesù non ha mai voluto fare (Gv 3,17): giudicano, pronunciano sentenze di condanna nei confronti dei fratelli. Per loro viene raccontata la parabola della pagliuzza e della trave (Mt 6,41-42). È un invito a diffidare dei cristiani che si sentono sempre nel giusto.

7) Un esempio ci può aiutare a capire. Per tanti secoli i cristiani hanno sostenuto che ci sono delle guerre giuste, addirittura fatte in nome del Vangelo. Come è potuto accadere se Gesù ha parlato così chiaramente dell’amore al nemico? La spiegazione c’è: le travi dell’orgoglio, dell’intolleranza, del dogmatismo hanno impedito di scorgere le esigenze evangeliche. Coloro che giudicano gli altri, sono per Gesù degli attori. Sono anch’essi peccatori, ma ‘recitano’: si siedono in tribunale come giudici e pronunciano sentenze terribili. Luca è chiaramente preoccupato da ciò che accade nelle sue comunità, divise dalle critiche, dai pettegolezzi malevoli. Per questo richiama le parole dure del Signore a riguardo.

8) L’ultima parte del Vangelo di oggi (w.43-45) offre il criterio per giudicare: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto”. Il Vangelo ci dà una lezione di prudenza: per giudicare un uomo, un movimento, una dottrina … non lasciamoci ingannare dalle dichiarazioni, dalle parole. Aspettiamo le opere, i frutti. Alcune pagine di Voltaire o di Marx hanno fatto più bene di tante prediche insulse. Questo criterio sarà di maggiore utilità se lo applichiamo non solo agli altri ma anche a noi: produciamo frutti buoni? Vengono a chiederci consigli? Seguono il nostro esempio? Cercano la nostra compagnia? Stanno bene con noi? 9) Anche noi diciamo: “Signore, Signore!” ma il pericolo di ogni religione sta proprio qui: compiere dei gesti, dei riti, delle pratiche senza cambiare dentro. Le preghiere, i sacramenti, il culto … sono eccellenti se, uscendo di chiesa, ci abilitano a chiedere perdono, a riconciliarci con il nemico, a offrire un aiuto prima negato. Noi, infatti, riceviamo l’amore di Dio per comunicarlo. Il grande desiderio di Cristo non è solamente che diventiamo “uno-con-lui”, ma che diventiamo anche “uno fra-noi”. Cristo ci avverte: il mondo crederà non se amiamo Dio (potrebbe essere anche una illusione, un fanatismo che può spingere alla guerra santa!), ma se realizziamo il difficile e raro miracolo di cominciare ad amarci, oggi, subito.

10) Un mattino, dopo la comunione, proposi ai ragazzi di mettere in comune le merende, i panini, la frutta … che si erano portati per un’escursione in montagna. Avreste dovuto vederli come scuotevano la testa, con cattivo umore, dispiaciuti all’idea di condividere quei gustosi panini! Tenevano stretto lo zaino come fa un gatto con la sua preda. Ognuno per sé, Dio per tutti! Eppure avevano fatto la comunione, si comunicavano spesso, erano dell’Azione Cattolica! Cristo mette in comune, noi no! Anche le nostre confessioni servono poco se non ci insegnano a perdonare, e c’è una cosa che Dio non può perdonare: che noi non ci perdoniamo, perché il vero perdono ‘ricevuto’ è quello ‘trasmesso’. Per anni ho pensato di essere vicino a Dio perché sentivo tanti slanci d’amore che io chiamavo “vita interiore”. Poi la dolorosa e beatificante scoperta: non si può ardere per Dio ed essere freddi con i fratelli. Miravo tanto lontano, tanto in alto, ed ero invitato a guardare sulla terra, ai fratelli in difficoltà. Quante volte ho detto: “Mio Dio, mio tutto!” e lui mi ha risposto: “Sono malato e ancora non mi hai visitato!”. Forse un giorno, stanchi e inquieti delle nostre tante e povere preghiere, arriveremo a chiederci: “Ma io, amo veramente Dio?”. Se in quel giorno di dubbio, vedremo la nostra famiglia unita e felice, la nostra casa aperta e accogliente, il nostro ambiente di lavoro pieno di simpatia; se incontreremo un uomo pensando che è nostro fratello, allora, sentendoci così aperti alle gioie, alle speranze, alle sofferenze degli altri, non dovremo disperare: non siamo lontani da Cristo, dal momento che siamo vicini ai fratelli!

11) Con questa domenica si chiude il cosiddetto “Discorso della pianura” contenuto nel capitolo sesto del Vangelo di Luca. La lezione che Gesù ci vuole consegnare è chiara: non giudicare. Il che non significa indifferentismo etico. Noi possiamo, anzi, dobbiamo a volte “distinguere”, ma non “giudicare”. Mi spiego: possiamo giudicare il lavoro ma non la persona; possiamo dire che un tema o una versione latina meritano 3, ma non possiamo dire che l’alunno non comprende niente, che sarà un fallito nella vita. È necessario sempre distinguere l’errore, che va fatto notare, dall’errante che va sempre rispettato. Il passato negativo di una persona, per quanto lungo sia stato, è sempre possibile riscattarlo: la Maddalena divenne santa Maddalena, il ladrone si salvò in punto di morte; il primo papa invece rinnegò Cristo: “Non lo conosco!”. Quindi non giudici né giustizieri, ma amici compassionevoli. Via la toga del giudice, e indossiamo il grembiule del servitore! Anche i saggi dell’antichità greca e latina avevano consigliato questo atteggiamento: pensiamo alla bella favola di Esopo sulle due bisacce, o a questa frase del filosofo Seneca: “Notate i foruncoli degli altri, mentre voi siete ricoperti di ulcere”, o al monito di Catone: “Quando accusi un altro, guarda prima la tua vita”. Da questa presunzione si può guarire. Basta cambiare il bersaglio: non giudicare gli altri ma se stessi. BUONA VITA!

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Per contatti:francescogaleone@libero.it

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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