XIV Domenica tempo ordinario (C)

Il Vangelo è liberatore, ma non può essere imposto!

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

*  Una prima attenzione va data ai numeri 72 e 2, a motivo del valore simbolico dei numeri in Oriente. “Il Signore designò altri 72 discepoli”. Sono chiamati in causa non i 12 apostoli ma i 72 discepoli, per dire la chiesa intera. E’ già evidente la distinzione tra i Dodici apostoli e questa più vasta assemblea di discepoli, 72, tante quante erano le nazioni della terra, secondo la tradizione giudaica (Genesi, 10).  “Li inviò a due a due”. Nella Bibbia ritorna sovente questo elemento numerico della coppia. Giovanni invierà due discepoli dal Signore, Gesù incaricherà due discepoli a preparare il suo ingresso in Gerusalemme, due saranno gli angeli che annunziano alle donne la risurrezione. Il significato è chiaro: nella doppia testimonianza c’è garanzia di verità come stabiliva la legge del Deuteronomio (17, 16). Il cristianesimo non è un’esperienza intimistica, ma una testimonianza fondata su un evento; comporta certamente rischio e fiducia, ma non è mai cieco abbandono; la fede è ragionevole anche se non è razionale. Cosa devono fare i discepoli lo indica lo stesso Gesù: “Curate i malati e dite: E’ vicino il regno di Dio”. Appaiono qui le due dimensioni fondamentali del cristianesimo: quella orizzontale (il servizio fraterno) e quella verticale (annunciare il Vangelo). Questo è in vero ritratto della chiesa così come la vuole il Signore; in questa pagina dei 72 discepoli, la chiesa trova le sue radici, per essere fedele a Dio e agli uomini.

*  Le navi che un giorno salparono cariche di missionari, oggi ritornano nei nostri porti con nuovi missionari di colore. Perché il Primo Mondo è diventato ultimo nella fede. La terra di missione non è più oltremare: è qui, fra noi, uomini e donne dell’occidente, che abbiamo smarrito anche l’alfabeto del sacro. Terra di missione sono i condomini delle metropoli dove si respirano drammatiche povertà e invincibili indifferenze; sono i quartieri a rischio dove i bambini crescono in fretta e molto male, e i giovani sono già vecchi di disperazione e senza futuro; sono le tante famiglie, dove non c’è più amore e tenerezza, dove si dà tutto ai figli in beni materiali ma non si è capaci di dialogo, dove si ha paura di interrogarsi sulla vera vita. In queste nostre contrade, l’uomo vive quasi dimenticato, sepolto sotto cumuli di compromessi, tradimenti, bugie, miti falsi e illusioni pericolose. Le parole serie, i messaggi educativi scivolano via nel grande fiume della chiacchiera universale. Testimoniare! E’ questa la grande scommessa dell’occidente, che duemila anni di cristianesimo non sono riusciti a convertire.

*  “Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. Molti cattolici considerano il mondo come una immensa regione oscura in cui mandare i missionari a diffondere la luce del Vangelo. Da questo mondo, avvolto nelle tenebre del peccato e della morte, emerge ai loro occhi, bianca vetta luminosa, la chiesa, alla quale tutti devono guarda­re, se vogliono salvarsi, perché “nulla salus extra ecclesiam”. Il segno dell’amore di Dio nel mondo sarebbe la chiesa e solo la chiesa. Questa concezione teologica provoca nei credenti forme di narcisismo collettivo, di superbia storica, di rifiuto dello spirito eucaristico, di aggressività polimorfa. Da qui intolleranza, fanati­smo, guerre sante, inquisizione, ghetto, scomuniche, censure, elenchi di libri proibiti, rifiuto del diverso … Esiste un altro modo di concepire la salvezza del mondo, che a noi pare più evangelico: Dio ama tanto il mondo intero da mandare suo Figlio, e illumina “ogni uomo che viene in questo mondo”.

*  Si tratta di prendere nel loro evangelico spessore le parole di Cristo: “Quando sarò sollevato da terra, attirerò tutti a me”. Il vero punto di riferimento non è la chiesa e nessuna istituzione umana, ma il regno di Dio. Noi invochiamo l’avvento del regno ogni volta che preghiamo con le parole di Gesù. E nessuno conosce il perimetro di questo regno che viene. Esso è un mistero: “Alcuni che sono dentro, in realtà sono fuori; invece sono vicino altri, che sembrano lontano” (Sant’Agostino).  Gli operatori di questo regno sono tutti quegli uomini e quelle donne di buona volontà che, in silenziosa operosità, costruiscono la civiltà dell’amore. Questa “società aperta” rompe in noi ogni orgoglio cattolico perché ritroviamo l’umiltà evangelica e la solidarietà con gli uomini; di­ventiamo, secondo la bella espressione di Origene, “amici del genere umano”. Gli uomini non sono divisibili  in due gruppi, dentro o fuori, buoni o cattivi, eletti o dannati, credenti o atei. Quanta gente non è in grazia, ma è impregnata e minacciata dalla grazia, percorsa dall’immenso e pazien­te amore di Dio. E’ una tentazione ricorrente quella di sequestrare Dio a proprio uso e consumo, rinchiudendolo nelle proprie certezze teologi­che, nelle proprie istituzioni gerarchiche, dimenticando che Dio sfug­ge ad ogni forma di provincialismo ecclesiastico e sorride delle nostre piccole astuzie. Soprattutto i preti corrono questo rischio perché le loro opere si possono presentare in termini oggettivi come la realizzazione fedele del piano di Dio; invece, sono a volte una maschera che contrabbanda per divino quello che è umano, per volontà di Dio quello che è ambizione umana. Una crociata contro gli infedeli al grido di “Dio lo vuole” è di sicuro una iniziativa che Dio non vuole.

* Non domanderemo mai se gli altri sono con noi o contro di noi, se credono o non credono. Dobbiamo imparare a sedere alla mensa della pace, condividendo il pane degli altri. Dobbiamo ancora scendere molti gradini dal nostro piedistallo per riprendere questo filo semplice del viaggio evangelico nel mondo. Che è stato, purtroppo, tante volte una crociata sanguinaria, una forzata acculturazione, un’orgogliosa propaganda. Ricordiamo una scena del Vangelo: sul calvario, accanto alla croce di Gesù c’erano due crocifissi che erano non ladroni generici, ma zelanti fanatici, che lottavano contro i romani. Gesù era con loro, sembrava. In fondo, anch’essi volevano la pace, e questa non poteva esserci senza cacciare i romani. Eppure Gesù era diverso. Era con loro, ma non era di loro. Era dalla parte degli uomini che lottavano per la liberazione.  La differenza è qui: quei due partigiani sono morti per qualcuno ma contro qualcuno. Gesù è morto contro nessuno, è morto per ognuno.

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *